Cronaca
Jesi Il 2 giugno vuol dire disarmo, flash mob in Piazza Pergolesi
Organizzato dalla “Rete Studenti Medi” e da “Jesi per la Palestina” stasera alle 18, «la pace di cui vogliamo farci interpreti non si esaurisce nel contrasto alla guerra, ma è una pace positiva fondata sul rispetto della dignità e dei diritti fondamentali di ogni persona, fatta di welfare e non di warfare, di stato sociale, non di stato di guerra»
Jesi – Flash Mob oggi, martedì 2 giugno, Festa della Repubblica, alle 18, in Piazza Pergolesi, organizzato dalla “Rete Studenti Medi” e da “Jesi per la Palestina”.
«Il 2 giugno 1946 – scrivono in una nota gli organizzatori – si tenne in Italia un referendum nel quale i cittadini e le cittadine (la prima consultazione nazionale a cui parteciparono anche le donne), e per la prima volta a suffragio universale, furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Vinse la Repubblica e il Re, che aveva lasciato il Paese in mano ai fascisti e che aveva portato l’Italia al disastro della guerra, quel Re fu cacciato. Contestualmente al referendum, gli italiani elessero i membri dell’Assemblea Costituente, con il compito di redigere la nuova Costituzione repubblicana».

In essa c’è un articolo, l’11, che oggi vorremmo ricordare con particolare attenzione, esso esprime il principio alla base di tutta la Costituzione, di solidarietà fra i popoli e di condanna totale della guerra. Ci interroghiamo su quale sia oggi, 80 anni dopo, il senso di commemorare il 2 giugno a fronte di decisioni prese dal Governo italiano verso un aumento delle spese militari: sia per il sostegno esplicitato al piano “ReArm Europe/Readiness 2030”, sia nella scelta, presa in sede di vertice Nato, di accettare il nuovo target al 5% del Pil dell’Alleanza sulla spesa militare».
«L’economia di guerra è una voragine che inghiotte risorse immense, risorse che dovrebbero essere destinate alla scuola, alla sanità pubblica, a salari adeguati, a politiche abitative che assicurino una casa per tuttə, e a interventi strutturali per la messa in sicurezza dei territori».
«È necessario contrastare la narrazione che relega la pace semplicemente nell’utopia o nell’ideale. Ci sono solo le scelte che vengono compiute dai governanti e da chi li sostiene: possiamo costruire barriere oppure ponti. Creare paura e sopraffazione, oppure solidarietà. La stessa democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo imprime. Autoritarismo e riarmo sono un circolo vizioso, di cui abbiamo già conosciuto in passato gli esiti tragici».
«Ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa, minacciato com’è fin nella più intima individualità da scelte politiche dissennate (servizi tagliati, inflazione galoppante, energia carente, disuguaglianze alle stelle). Rivendichiamo una società in cui tuttə abbiano diritto a cure, prevenzione e sostegno, una società del dissenso capace di allontanare la guerra dalla storia».
«Intanto la Flotillia costringe i governi europei a prendere posizione. Li abbiamo visti scandalizzarsi per il video di Ben Gvir dove gli attivisti della Flotillia venivano umiliati e torturati dall’esercito israeliano. Questo è niente confronto alle continue violenze e umiliazioni che i palestinesi subiscono da decenni. La verità è che la Flotilla ha raggiunto un suo obiettivo: accendere i riflettori sulla Palestina. Il genocidio dei palestinesi non fa notizia, invece lo fanno centinaia di donne e uomini bianchi che mettono a disposizione il proprio corpo facendosi arrestare e picchiare per mostrare al mondo le brutalità che subiscono i palestinesi, quotidianamente. E se Israele fa questo sotto gli occhi del mondo figuriamoci cosa succede quando nessuno può vedere».
«Chiediamo al Governo italiano di interrompere ogni protocollo d’intesa con Israele, militare e non solo; al Governatore delle Marche di rifiutarsi di ospitare anche quest’anno militari israeliani nella nostra regione, dopo le violenze compiute in Palestina; alla Confindustria e alle Università marchigiane di interrompere qualunque rapporto di collaborazione con aziende e università israeliane. Chiediamo uno stop alla repressione della solidarietà, il rispetto del diritto internazionale e tutela per il convoglio del Sumud Convoy bloccato in Libia. Chiediamo un Mediterraneo aperto, libero e non più via preferenziale per sionismo, colonialismo e nuovo imperialismo del XXI secolo. La pace di cui vogliamo farci interpreti non si esaurisce nel contrasto alla guerra, ma è una pace positiva fondata sul rispetto della dignità e dei diritti fondamentali di ogni persona. Fatta di welfare e non di warfare, di stato sociale, non di stato di guerra».
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