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Cerreto d’Esi Electrolux: «Vertenza che aggrava crisi del distretto»

Prende posizione anche il Partito Comunista dei Lavoratori che analizza anche la crisi del distretto fabrianese

Cerreto d’Esi – La chiusura di Electrolux a Cerreto d’Esi non è soltanto l’effetto di un trimestre negativo o della crisi del mercato degli elettrodomestici. È il punto locale di caduta di una strategia globale di ristrutturazione, in cui il recupero dei margini viene perseguito soprattutto attraverso tagli, concentrazione produttiva e riduzione del lavoro. In un territorio già colpito dalle vertenze Beko e Fedrigoni, la vicenda assume il significato di una crisi industriale di distretto, non di una singola azienda.

Electrolux è in difficoltà, ma non è priva di risorse Electrolux vive sì una fase negativa: nel primo trimestre 2026 ha registrato ricavi in calo, perdita operativa, perdita netta e una reazione molto pesante della Borsa.

Il piano italiano prevede 1.700 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, dove si producono cappe da cucina. Quello che non si sottolinea mai, però, è che una società in difficoltà non è automaticamente una società senza alternative. Electrolux non è una piccola impresa locale travolta da un evento improvviso; è una multinazionale globale, con marchi forti, presenza internazionale, capacità di raccogliere capitale e possibilità di ridefinire la propria strategia su scala mondiale.

La stessa Reuters riferisce che il gruppo ha annunciato un aumento di capitale da circa 9 miliardi di corone svedesi e una partnership con la cinese Midea in Nord America: questo mostra che risorse e strumenti finanziari esistono, ma vengono orientati verso alcune aree strategiche, mentre altre vengono ridimensionate.

Perché, dentro questa difficoltà, la risposta deve tradursi nella chiusura di un sito produttivo e nella cancellazione di centinaia di posti di lavoro? La ristrutturazione appare non come l’unica strada possibile, ma come la strada più rapida per migliorare i margini scaricando il costo della crisi sui lavoratori e sui territori.

Una crisi non determina mai una sola risposta. Un gruppo multinazionale può scegliere se investire, riconvertire, accompagnare i lavoratori verso nuove produzioni, aprire partnership industriali, distribuire diversamente i sacrifici o procedere con tagli netti. La decisione di chiudere Cerreto d’Esi dice quindi qualcosa non solo sulla crisi del mercato, ma anche sul modello con cui le multinazionali affrontano la crisi: ridurre capacità produttiva, concentrare gli stabilimenti, tagliare forza lavoro e proteggere i margini.

Cerreto d’Esi non è un caso isolato. Nel giro di pochi anni, il territorio fabrianese ha visto aprirsi o riaprirsi vertenze in settori che ne hanno segnato l’identità industriale: elettrodomestico, carta, manifattura.

Electrolux a Cerreto d’Esi, Beko a Fabriano-Melano e Cartiere Fedrigoni non sono la stessa vicenda, ma compongono lo stesso paesaggio: un distretto produttivo storico che perde pezzi, competenze, sicurezza occupazionale e capacità di immaginare il proprio futuro.

Negli stessi giorni infatti, anche la vertenza Beko resta aperta, nel Fabrianese. Nello stabilimento di Melano-Marischio si continua a fare ampio ricorso alla cassa integrazione, nonostante le uscite volontarie abbiano gia superato il numero degli esuberi inizialmente previsti; a Fabriano, nella sede impiegatizia, vengono indicati 206 esuberi, con 96 uscite volontarie e 56 persone in cassa integrazione. Inoltre, nello stabilimento Beko di Melano è stato annunciato uno stop produttivo temporaneo per la linea dei piani a induzione, con lavoratori in cassa integrazione dal 21 maggio al 2 giugno 2026.

Qui anche il comparto storico della carta ha vissuto mesi difficili con lo stop a una produzione cinquantennale di carta da ufficio, annunciata dai fondi USA e UK Bain Capital e Bc Partners, proprietari delle storiche Cartiere di Fabriano. Crisi poi parzialmente rientrata per la maggior parte dei lavoratori, ma che registra comunque 30 lavoratori in cassa integrazione e l’uscita definitiva dal business dellOffice.

La chiusura Electrolux si aggiunge quindi a un quadro gia fragile: non un singolo incidente industriale, ma una sequenza di arretramenti che mette in discussione il futuro produttivo dell’intera area. Quando chiude uno stabilimento non si perdono soltanto posti di lavoro. Si disperdono competenze, abitudini produttive, saperi tecnici, relazioni tra imprese, fornitori, manutentori, trasportatori, servizi.

Un territorio industriale vive anche di continuità: se le crisi si sommano, ogni vertenza riduce la capacità della successiva di trovare una soluzione. In prospettiva, comporta ancora meno possibilità per i giovani. È questo il rischio vero per il Fabrianese: non solo perdere occupazione oggi, ma perdere la possibilità di restare un territorio produttivo domani.

Per questo la vertenza Electrolux non può essere trattata come una semplice procedura aziendale. La crisi del gruppo non basta a rendere inevitabile la chiusura di Cerreto d’Esi. La questione riguarda il modello di sviluppo di un intero territorio: se le multinazionali possono ridisegnare le mappe produttive su scala globale, chi difende invece la continuità industriale delle comunità locali? Da qui la necessità di una risposta che non si limiti ad accompagnare le crisi aziendali, ma metta in discussione il modello che le produce.

La libertà assoluta dei capitali sta svuotando il nostro tessuto manifatturiero, dimostrando che inseguire il prezzo più basso non è un modello sostenibile. Il Partito Comunista dei Lavoratori dice basta con i tavoli costruiti per accompagnare il ridimensionamento o per gestire socialmente gli esuberi!

Esprime dunque la sua piena solidarietà ai lavoratori della Electrolux e invita all’unità tutte le forze politiche e sindacali conflittuali attorno ad una risposta di lotta su una linea di fatto alternativa, una piattaforma che rivendichi le posizioni di base del movimento operaio: occupazione della fabbrica, creazione immediata di una cassa di resistenza, e infine va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’azienda per garantire il diritto incondizionato al lavoro.

È la proposta che il PCL ha avanzato e avanza controcorrente nelle assemblee dei lavoratori, nei sindacati, nei circuiti unitari dell’avanguardia.

Partito Comunista dei Lavoratori

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