Femminicidio «Sadjide aveva sempre paura, non voleva il marito in casa»
Dopo l’uccisione della donna a Pianello Vallesina la testimonianza della titolare della ditta di Jesi dove la vittima lavorava da circa venti anni
Monte Roberto – Ieri mattina accanto all’ingresso della casa di via Garibaldi, a Pianello Vallesina, dove si era consumato l’ultimo tragico atto tra Nazif Muslija, accusato di omicidio volontario aggravato e la moglie Sadjide Muslija, entrambe di origine macedone, un’amica della vittima ha deposto fiori.
«Soffriva da anni il massimo della violenza», racconta. La ricorda come «una donna bella, un angelo quando parlava». Dopo aver saputo della morte, ci racconta che le aveva scritto un messaggio: «Speriamo non sia tu, invece…era una brava ragazza: va ricordata così».


La vittima mercoledì era stata colpita a morte con un tubo da cantiere già repertato e sequestrato dai Carabinieri.
Le ricerche erano scattate subito e il presunto omicida è stato individuato dai Carabimieri ieri pomeriggio, grazie alla segnalazione di un cacciatore, in una zona impervia di una frazione del Comune di Matelica. Aveva tentato di impiccarsi.


Il quadro intorno alla tragica vicenda della 49enne – avrebbe compiuto 50 anni venerdì 12 dicembre – vittima di femminicidio resta complesso anche sul fronte delle testimonianze. Tra le voci che la ricordano e che descrivono da vicino la situazione, c’è quella della datrice di lavoro, Antonella Giampieri, titolare della ditta di sartoria Confezioni Privilegio, a Jesi, dove Sadjide aveva lavorato per quasi 20 anni, un ambiente ormai familiare, una seconda casa, cinque in tutto a lavorare. È lei che ricostruisce non solo gli ultimi giorni.

«L’ultima volta che l’ho vista è stato martedì sera: all’apparenza tranquilla perchè forse vedeva lui più calmo», spiega. Ma sulla voce secondo cui i due andassero d’accordo, che lei lo avesse perdonato, è netta: «Non è vero. Lei non lo voleva in casa, voleva il divorzio. Era terrorizzata».
Sadjide non riusciva ad allontanarsi per mancanza di alternative.
«Non aveva una struttura dove andare, economicamente non poteva permettersi un affitto. Pagava il mutuo e lui avrebbe dovuto iniziare il percorso di recupero per uomimi violenti, ma non c’era posto». Per proteggersi dormiva chiusa a chiave in camera sua, «forse stavolta non l’ha fatto».
La mattina del delitto, mercoledì scorso, è stata lei a lanciare l’allarme.
«Non si era presentata e non rispondeva ai messaggi, né al telefono. Ho chiamato il datore di lavoro del marito, allora, neanche lui era lì. Ho capito che qualcosa non andava».
La situazione di violenze che lei subiva dal coniuge era nota: «Si sfogava con noi, raccontava tutto. L’auto distrutta, le altre aggressioni. Aveva già denunciato, lui era finito in carcere. Ad aprile si è salvata per miracolo quando lui l’ha inseguita con l’ascia dopo aver sfondato la porta».

Un contesto che va chiarendosi anche perchè si è detto che i due andassero ora d’accordo, che Sadjide lo avesse perdonato. Testimonuanze controverse.
«Lei non lo voleva, non lo ha accolto, non è vero. Aveva paura, sempre».
A Pianello Vallesina ieri mattina sono arrivati anche i familiari della donna, gli zii dall’Abruzzo.
«Per noi – hanno detto – è sempre stata una brava ragazza, ma non sappiamo altro. Abbiamo appreso la notizia dalla televisione. Del marito non sappiamo cosa dire: sono cose che succedono, purtroppo. Dopo che era uscito dal carcere abbiamo pensato che stessero bene, ma tra moglie e marito solo loro sanno come vanno le cose. Non la vedevamo da due anni».

«Lei pensava che fosse cambiato, lo ha fatto per non distruggere la famiglia, cosa posso dire? solo speriamo sia l’ultima», ha affermato Feti Behdzeti, marito della sorella di Sadjide, giunto dalla Germania.

«Ci sentivamo, ma non parlavano mai di cose private. Lei lo aveva perdonato». Feti Behdzeti, riguardo alla fuga di Muslija, aveva un’intuizione precisa.
«Se potessi parlargli? Non lo farei. Secondo me non è in Macedonia, è qui in zona.»
Un’ipotesi che si è rivelata corretta poche ore dopo, con il ritrovamento dell’uomo in territorio di Matelica.
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