Cronaca
Jesi Pronto Soccorso e ambulanze ferme per ore, «volontari esasperati»
Presa di posizione delle associazioni di pubblica assistenza, Andrea Sbaffo, presidente Anpas Marche: «Così rischiamo di perdere un presidio fondamentale», e intanto meno mezzi per gli interventi sul territorio
Jesi – Ambulanze ferme per ore davanti al pronto soccorso, equipaggi costretti ad attendere con i pazienti a bordo e, per alcune fasce della giornata, una disponibilità di mezzi sul territorio ridotta al minimo.
È quanto accaduto lunedì 10 agosto al “Carlo Urbani”, dove alcune associazioni di pubblica assistenza hanno segnalato attese protrattesi per molte ore, con la necessità anche di organizzare cambi degli equipaggi perché i volontari dovevano rientrare per recarsi a lavoro.
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Una giornata che l’Ast Ancona definisce «un evento eccezionale», inserito però in una situazione di pressione che ha interessato contemporaneamente anche i pronto soccorso di Fabriano e Senigallia.
Secondo l’Azienda sanitaria territoriale, l’indice Nedocs, utilizzato per misurare il livello di affollamento, nei tre presidi ha registrato un valore medio superiore a 180, soglia corrispondente a una condizione di «grave sovraffollamento».
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A denunciare la situazione era stato con un post sui social, Giuseppe Lorenzetti, presidente della Croce Verde di Cupramontana, che parla di una situazione diventata insostenibile.
«Siamo arrivati al limite. Il volontariato vive della disponibilità di persone che mettono gratuitamente tempo ed energie al servizio degli altri, ma molti hanno anche un lavoro e impegni ai quali devono tornare. Se un volontario parte per un servizio e non sa se rientrerà dopo due ore oppure dopo sette od otto, diventa sempre più difficile chiedergli di continuare a garantire la propria disponibilità».
«Ci troviamo a dover organizzare cambi degli equipaggi direttamente al pronto soccorso – continua il Presidente – perché chi ha terminato il turno deve andare a lavorare. Il rischio è che le persone si stanchino e smettano di fare volontariato, non possiamo permettercelo, una parte fondamentale del sistema dell’emergenza si regge proprio sulle associazioni».
Ma la preoccupazione principale resta la copertura del territorio.
«Vedere un’ambulanza bloccata per ore fuori dall’ospedale significa lasciare il territorio senza un mezzo disponibile. Se nello stesso momento avviene un incidente o arriva un’altra richiesta urgente, qualcuno deve comunque poter intervenire».
Sulla stessa linea anche il presidente dell’Anpas (Associazione nazionale pubbliche assistenze) Marche, Andrea Sbaffo.
«Il volontario mette a disposizione il proprio tempo perché vuole aiutare il prossimo, non per trascorrere otto o dieci ore fermo in attesa che si liberi una barella. Alla lunga una situazione del genere genera frustrazione e rischia di allontanare anche chi oggi continua a garantire questo servizio». E aggiunge: «Se portiamo anche i volontari all’esasperazione, rischiamo di perdere un presidio fondamentale».
Ma quanto avvenuto, e non è la prima volta, non sembra poter essere letto soltanto come un problema di ambulanze o di barelle. La stessa Ast precisa infatti che le «30 barelle del Pronto soccorso di Jesi rappresentavano il numero massimo fisicamente e clinicamente gestibile in sicurezza dal personale in turno».
«Per fronteggiare la situazione sono stati trasferiti pazienti verso Senigallia e Fabriano, utilizzate completamente le postazioni dell’Admission Room e persino i reparti chirurgici hanno accolto in appoggio pazienti di interesse medico».
Ed è proprio quest’ultimo elemento a mostrare l’altra faccia del sovraffollamento. Non tutti coloro che arrivano al pronto soccorso possono essere visitati e rimandati a casa. Una parte necessita realmente di ricovero e resta quindi nell’area dell’emergenza in attesa che si liberi un posto nei reparti. È il fenomeno del boarding, richiamato dalla stessa Azienda, e che finisce per rallentare progressivamente anche la presa in carico dei pazienti successivi.
L’Ast individua nel potenziamento della rete territoriale una delle risposte strutturali, indicando Ospedali di Comunità, Case di Comunità e ambulatori dedicati ai bisogni non differibili, come strumenti per velocizzare le dimissioni protette ed evitare che le patologie minori finiscano per gravare sul pronto soccorso.
Il problema, però, non nasce e non si esaurisce davanti al pronto soccorso. Dal territorio arriva anche la riflessione dei medici di medicina generale.
Il dottor Francesco Freddo indica nella disponibilità di posti cuscinetto uno dei nodi su cui intervenire, soprattutto per i pazienti anziani e non autosufficienti.
«Sarebbe auspicabile avere più posti cuscinetto sul territorio per gestire una parte delle patologie che il medico di medicina generale valuta quotidianamente. La gestione di un paziente anziano non autosufficiente a domicilio è estremamente difficoltosa, perché l’aspetto prettamente medico è solo una parte del problema».
Nel Distretto di Jesi operano circa 80 medici di medicina generale: anche un solo paziente per medico valutato e inviato al pronto soccorso – spiega il dott. Freddo – può mettere rapidamente sotto pressione il sistema, senza considerare, poi, chi decide di accedervi autonomamente.
Ma attribuire il sovraffollamento soltanto agli accessi dal territorio rischia di non fotografare interamente il fenomeno: se molti dei pazienti inviati non avessero necessità di assistenza ospedaliera potrebbero essere dimessi dopo la valutazione; quando invece rimangono in pronto soccorso in attesa di un ricovero, il problema si sposta sulla disponibilità dei posti letto.
Si crea così una catena difficile da interrompere: il paziente che necessita di ricovero resta in attesa in pronto soccorso, le postazioni disponibili si saturano, chi arriva successivamente può rimanere più a lungo sull’ambulanza e il mezzo non torna disponibile sul territorio.
Se contemporaneamente si bloccano più equipaggi, la copertura dell’emergenza si assottiglia e possono rendersi necessari mezzi provenienti da postazioni più lontane.
La giornata di lunedì ha quindi fatto emergere una criticità che mette a nudo diverse facce della sanità: dalla possibilità di gestire a domicilio gli anziani fragili alla disponibilità di strutture territoriali, dai posti nei reparti ospedalieri fino al pronto soccorso e alle ambulanze.
E, nell’anello della catena, c’è anche quel volontariato che oggi continua a garantire una parte essenziale dell’emergenza, ma che chiede di non essere portato oltre il limite.
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