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Cronaca

Jesi Centro islamico, i ragazzi: «Sapevamo delle violenze del maestro»

«Ero qui perché stavo aspettando un mio amico, ho visto arrivare la Polizia e mi sono spaventato, poi lui uscire in manette e sono rimasto scioccato, mi aspettavo che prima o poi tutto questo sarebbe saltato fuori»

Jesi – Il giorno dopo la notizia dell’arresto di martedì scorso, in Viale della Vittoria si respira un clima diverso.

Il Centro culturale islamico At-Taqwa – parola che si associa alla presenza di Dio – è chiuso, lì prega la comunità bengalese mentre poco distante, quasi di fronte, resta aperta la porta del Centro dove si insegna, l’edificio che fa angolo con via Erbarella. C’è sconcerto per quanto emerso dall’inchiesta della magistratura, ma anche la volontà di prendere le distanze dai fatti contestati al maestro posto ai domiciliari.

Dopo l’intervento della Polizia di Stato, il 1° luglio scorso, nei confronti del 47enne insegnante, originario del Bangladesh residente a Jesi, indagato per maltrattamenti continuati aggravati nei confronti di minori affidati alla sua autorità per ragioni educative e di istruzione religiosa, nel Centro coranico incontriamo un nuovo maestro.

Si chiama Khyrul Bashar (foto in primo piano), è anche lui di origine bengalese, ed è giunto a Jesi da Arezzo da circa due settimane. Segue i ragazzi nelle lezioni dei precetti del Corano. Preferisce definirsi maestro, più che imam, lo era il padre.

«Per essere imam – spiega – servono anni di esperienza, una conoscenza profonda del Corano. Lui era un maestro», afferma riferendosi all’uomo arrestato.

Tutto quanto accaduto in queste ultime ore ha colpito profondamente i ragazzi che frequentano il Centro. Uno di loro racconta di aver saputo dell’arresto ancora prima che la vicenda diventasse di pubblico dominio.

«Ero qui perché stavo aspettando un mio amico. Ho visto arrivare la Polizia e mi sono spaventato. Pensavo fosse un controllo. Poi ho visto il mio maestro uscire in manette e sono rimasto scioccato».

Il giovane spiega di aver ritrovato la notizia anche sui social: «Stamattina ho visto una storia su Instagram e ho letto tutto. Però lo sapevo già, mi lo aspettavo che prima o poi tutto questo sarebbe saltato fuori, a me comunque non ha mai fatto niente», racconta. 

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori del vice questore Carlo Pinto e contestato nell’impianto accusatorio, all’interno del Centro una quindicina di minorenni sarebbero stati presi a schiaffi, calci, minacce, umiliazioni e punizioni fisiche durante le lezioni, costretti agli squat. Per qualsiasi mancanza. Episodi che, stando agli accertamenti coordinati dalla Procura di Ancona, sono stati documentati anche attraverso attività investigative svolte nel mese di aprile con l’ausilio di apposite spycam.

Il riscontro a quanto era emerso a scuola, quella pubblica, il Comprensivo Federico II, dove sul finire dello scorso anno erano arrivate inquietanti segnalazioni girate poi al Commissariato.

Uno dei ragazzi presenti ieri al Centro racconta che il clima non era uguale per tutti.

«Ogni tanto, magari per scherzare, mi dava un colpetto, ma niente di più. Sugli altri non lo so. Alcuni ragazzi dicevano che li picchiava». Poi aggiunge: «I calci non li dava mai, qualche schiaffo, questo sì. Le flessioni tenendosi le orecchie, ma a me no. Succedeva prima, tempo fa, quando tutti dovevamo leggere e imparare».

Tra i racconti emerge anche quello della penna, – impugnata come fosse un coltello -, «il maestro lo passava sul fianco dei bambini, come per fare solletico».

Parole che descrivono una situazione delicata e complessa, che si inseriscono in un quadro ancora al vaglio dell’Autorità giudiziaria che ieri ha proceduto all’interrogatorio di garanzia con l’indagato, che ha fornito la sua versione di quanto sarebbe successo.

Alla domanda ai ragazzi del perchè non avessero denunciato subito, però, il silenzio, ma dal Centro arriva comunque una presa di posizione netta.

«Noi siamo contro la violenza – afferma uno dei ragazzi -. Secondo me ha sbagliato. I bambini non hanno colpe e non devono essere toccati».

Lo stesso messaggio viene ribadito dal nuovo maestro Khyrul Bashar: «I bambini sono tutti da difendere, non solo i nostri bambini musulmani. Tutti si devono rispettare. Questo è molto importante».

E ancora: «Il Corano insegna a rispettare i bambini. Sono piccoli, hanno bisogno di insegnamento, di essere guidati».

Abbiamo domandato se mettere le mani addosso possa far parte di un certo metodo educativo e la risposta è ststa netta, immediata: «Nell’Islam non c’è violenza, c’è amore. Se una persona fa qualcosa di grave, deve risponderne davanti alla giustizia, qui, e dopo la morte. Dipende da quello che ha fatto: se è una cosa grave, anche la punizione sarà grande».

Al Centro spiegano che le lezioni proseguono in uno spazio distinto tra ragazzi e ragazze, ed è qui che il maestro e stato raggiunto lo scorso 1° luglio dai Poliziotti del Commissariato e della Squadra Mobile di Ancona. «Lì si va per pregare (lo stabile di fronte, ndr) per l’insegnamento invece la scuola è qui».

Durante le lezioni si leggono e si ripetono i versetti del Corano per impararli a memoria. «Il Corano si porta nel cuore», racconta uno dei presenti, spiegando che per alcuni il percorso può essere lungo e impegnativo. Non si tratta però, aggiunge, di un obbligo: chi vuole proseguire continua, chi non se la sente può fermarsi.

Resta, soprattutto, il peso di una vicenda che ha scosso una comunità intera. Il nuovo maestro prova a ricondurre tutto a un principio semplice: «Nessuno deve essere toccato. I bambini vanno protetti e anche le donne».

Un messaggio che oggi, dopo quanto emerso, suona come una necessità prima ancora che una dichiarazione.

(foto in primo piano, il maestro Khyrul Bashar giunto da un paio di settimane)

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