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Jesi Sciopero studentesco pro Pal, ridiamo un senso alla parola umanità

Sconcertante constatare come l’Europa continui a limitarsi a mere dichiarazioni di principio

* di Filippo Bartolucci

Jesi – Prendere parte allo sciopero studentesco di venerdì 3 ottobre, in solidarietà con il popolo palestinese, è stato un atto doveroso.

Era il 1972 quando Luigi Pintor, considerato da Berlinguer uno dei più grandi giornalisti italiani, scriveva sul Manifesto che “il popolo palestinese è il simbolo delle classi subalterne contro cui tutte le società capitalistiche accentuano la repressione”.

Cinquant’anni dopo, queste parole conservano una straordinaria attualità: a Gaza e in Cisgiordania si è sviluppato un sistema coloniale che non si limita al dominio economico e culturale, ma si realizza attraverso la sistematica eliminazione fisica di una popolazione.

Negli ultimi giorni ho letto con attenzione e apprensione i report inviati da Arturo Scotto, al quale desidero esprimere la mia più sincera solidarietà. È chiaro: la missione della Flotilla ha ridato voce a un sentimento di giustizia che ha attraversato confini e coscienze.

Eppure, di fronte a quanto accade, è sconcertante constatare come l’Europa continui a limitarsi a mere dichiarazioni di principio. Abbiamo un trattato di associazione con Israele che impone il rispetto dei diritti umani; tuttavia, è evidente che tali principi sono stati violati: non sarebbe doveroso sospendere questo accordo per coerenza con i nostri valori?
Lunedì, Donald Trump, capo della prima potenza mondiale, ha presentato i venti punti del “Piano per Gaza”.

Filippo Bartolucci

Diversi osservatori si sono chiesti, giustamente, se si tratti di un piano per la pace o di un mezzo per proseguire la guerra. È impossibile non notare lo sbilanciamento a favore di Israele: il piano non prevede un reale coinvolgimento dei palestinesi nella fase di transizione e non garantisce che, una volta liberati gli ostaggi israeliani, le operazioni di distruzione vengano realmente interrotte.

Inoltre, non è indicato alcun arco temporale per il ritiro delle truppe: quanto tempo ci vorrà? Due anni, dieci, venti? Lo stesso Netanyahu ha parlato di un processo “molto lento e graduale”. In sostanza, come osserva Lucio Caracciolo, in Israele si sta giocando una partita tra poteri e visioni opposte.

Non sorprende quindi che esponenti della destra oltranzista e teocratica, come Smotrich e Ben Gvir, abbiano duramente criticato il piano di Trump: questo è il segno evidente di una lacerazione che condizionerà il futuro della regione.

In questo scenario, il nostro dovere è unirci per dire basta alla guerra e alla barbarie: basta allo sterminio, al genocidio di un popolo e alle disuguaglianze che ne derivano. Di fronte alla “banalità del male”, i democratici devono ridare senso alla parola umanità e rifiutare la logica dell’inevitabilità della guerra.

* Consigliere comunale e provinciale

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