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JESI / Covid-19, un calvario lungo 130 giorni, Francesco: «Usate le mascherine»

Il ricovero al “Carlo Urbani” il 14 marzo scorso: oggi il ritorno a casa per il 34enne del Pesarese contattato in giugno insieme alla promessa sposa da Papa Francesco

JESI, 23 luglio 2020 – È finalmente finito l’incubo Covid-19 per Francesco Foschi.

Nel primo pomeriggio di oggi il 34enne di Montelabbate, provincia di Pesaro, è stato dimesso dall’ospedale “Carlo Urbani” dopo 130 giorni di ricovero a causa del coronavirus.

Francesco Foschi

Francesco Foschi

Il giovane, grazie alla disponibilità della direzione medica ospedaliera della struttura jesina, ha voluto raccontare la sua storia.

«Ero un ragazzo in salute, praticavo nuoto master, e non avevo patologie pregresse quando mi sono ammalato» ha raccontato.

Entrato in ospedale il 15 marzo, l’ingegnere civile che lavora presso lo studio “Simoncelli” di Pesaro, ha avvertito i primi sintomi dopo una cena con amici: per diversi giorni ha avuto la febbre molto alta. La sua fidanzata e promessa sposa Gioia, di 28 anni, gli ha consigliato di contattare il medico.

Il dottore gli ha raccomandato di fare accertamenti all’ospedale di Urbino ma date le sue condizioni si è reso necessario il trasferimento in un centro più grande: essendo la struttura di Pesaro satura, è stato deciso il ricovero all’ospedale di Jesi.

Al pronto soccorso Franceso è rimasto due ore e poi è stato intubato: «Non ricordo niente» sottolinea, e subito dopo è stato trasferito al reparto di terapia intensiva, dove è rimasto per 72 giorni. Il 10 maggio è stato spostato in Broncopneumologia.

Si era già negativizzato ma sta percorrendo un lungo iter di riabilitazione fisiatrica. Il Covid-19, infatti, gli ha dato problemi alle corde vocali e ha paralizzato alcuni muscoli che gli impediscono di deglutire normalmente. Dopo 130 giorni, finalmente è arrivato il momento delle dimissioni.

Il lungo viaggio emotivo all’interno del “Carlo Urbani”

Nei suoi occhi si percepisce la sofferenza di questi quattro mesi passati in ospedale ma soprattutto la grande voglia di riprendere la propria vita.

«Ho perso 30 chili, non vedo l’ora di tornare a casa e convivere con la mia ragazza nella nostra nuova casa. Ci dovevamo sposare il primo giugno. I miei familiari hanno sofferto molto mentre ero in coma, io mi ricordo molto poco, solamente alcuni occhi durante le chiacchierate via Skype. Non vedo l’ora di riabbracciarli! Spero anche di tornare operativo al lavoro al più presto». 

Anche la fidanzata Gioia era risultata positiva al Covid-19 ma in forma lieve, con febbre non molto alta. Francesco non sa, inoltre, se altri familiari hanno contratto il virus.

Fino agli ultimi giorni di maggio, Francesco non ha visto nessuno se non chi lo contattava in video-chiamata. Il 30 giugno, inoltre, ha compiuto 34 anni in ospedale: il personale sanitario gli ha organizzato una piccola festicciola in reparto e ha avuto il permesso di una breve uscita dal “Carlo Urbani”.

«In quell’occasione – spiega Francesco, che attualmente si alimenta con la sonda – ho assaggiato la torta e sono riuscito a sentire il gusto abbastanza bene. Dobbiamo stare attenti – raccomanda – perché quando ho contratto il coronavirus ero in perfetta salute, non ero stato chissà dove. Usare la mascherina significa avere rispetto per gli altri. Sono stato fortunato, anche rispetto a chi per questa malattia è morto».

A chi dice che il coronavirus sia un’invenzione dei poteri forti, Francesco, che è rimasto positivo per 3 mesi, replica: «Anche io pensavo che il virus fosse un’influenza un po’ più grave. Ora le conseguenze le vivo sulla mia pelle: non è bello a 34 anni trovarsi senza poter mangiare e parlare come prima, occorre essere prudenti e responsabili».

Non è stato solo un lungo calvario, ma ci sono stati anche momenti di sollievo:  a giugno Papa Francesco ha contattato telefonicamente il pesarese e la fidanzata, promessi sposi.  La signora Irene Mercuri dell’Asur di Pesaro ha fatto da tramite con la Santa Sede raccontando la storia di questi due giovani separati fisicamente dal Covid.

Accanto a Francesco questa mattina c’era anche la dottoressa Sonia Bacelli della direzione sanitaria del Carlo Urbani.

«Questa malattia ci ha insegnato – ha spiegato – che la prevenzione e il controllo sono operazioni fondamentali. Ci siamo trovati travolti non riuscendo a gestire in poco tempo un’emergenza diventata grande. Servirebbe organizzarsi di più a partire dal territori. La mancata conoscenza della contagiosità  ha fatto arrivare un numero enorme di malati in fase avanzata in un breve periodo. Francesco ha fatto tutte le terapie disponibili in quel momento, comprese quelle sperimentali, si è fatto due mesi di terapia intensiva che mettono sotto pressione chiunque».

La dottoressa Bacelli aggiunge: «Francesco rappresenta per noi anche la storia dell’Ospedale in questo periodo: il suo arrivo segnava la trasformazione dell’Ospedale di Jesi in Ospedale Covid positivo e successivamente il suo percorso di negativizzazione dal virus e di ripresa e recupero ha accompagnato il ritorno alla “normalità” delle attività dell’intero Ospedale. Il suo lunghissimo percorso di malattia è stato parallelo a quello di tutto il personale che lo ha avuto in cura sia in termini di crescita professionale, nell’imparare a contrastare la malattia, sia anche dal punto di vista umano nell’imparare ad essere vicini ai pazienti che erano isolati dal proprio contesto familiare e sociale.  Sono stati tantissimi i professionisti dell’Ospedale di Jesi che hanno curato Francesco e tutti hanno continuato a fare il tifo per lui, ad informarsi sulle sue condizioni e ad aspettare che finalmente il tanto atteso giorno di tornare a casa arrivasse. E finalmente quel giorno  è arrivato e oggi in ospedale c’è stato un diffondersi di sorrisi contagiosi che accompagnava la notizia  “Oggi Francesco tona a casa!”. Lo abbiamo salutato insieme al momento di lasciare l’ospedale, fra lacrime e sorrisi di gioia».

Successivamente il dottor Alessandro Brizi ha spiegato il futuro decorso di Foschi: «Il prossimo step per Francesco sarà quello di alimentarsi in autonomia, dato che la paralisi di alcuni nervi cranici gli impediscono di mangiare da solo. C’è il pericolo che il cibo finisca nelle vie respiratorie e non può permettersi una polmonite per via di altre infezioni. Si spera che in due mesi riprenda completamente, i tempi di recupero per le malattie neurologiche sono lunghi, ma la tempra di Francesco lo ha sempre portato a rispondere bene alle terapie».

Eleonora Dottori – Giacomo Grasselli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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