Jesi “Vivere il dolore e la sofferenza”: al Cuppari Salvati, una lezione di vita – Video
Benedetta Blasi e “papà” Gianpietro Ghidini hanno raccontato ai giovani come, se accolti e condivisi, possano diventare una via di crescita e rinascita
Jesi – L’istituto scolastico Cuppari Salvati ha vissuto ieri una giornata intensa e toccante grazie all’incontro dal titolo “Vivere il dolore e la sofferenza”, durante il quale sono intervenuti Benedetta Blasi e papà Gianpietro accompagnato dalla moglie Serenella Mori, che hanno offerto agli studenti testimonianze di vita e riflessioni profonde.
L’evento è stato organizzato grazie all’impegno dei professori Michele Contadini, Maria Rita Gianangeli, zia di Benedetta, e Federica Romanelli, con il supporto di Carolina Lodovico e Aurora Tomasseti, rappresentanti degli studenti.

Benedetta Blasi e Gianpietro Ghidini hanno raccontato la propria esperienza con il dolore e la sofferenza, condividendo un messaggio potente: non solo si può sopravvivere al dolore, ma esso può diventare una fonte di crescita personale.
La testimonianza di Benedetta Blasi ha colpito tutti per la sua intensità. Benedetta ha descritto il percorso della sua battaglia contro una malattia che l’ha segnata fin da bambina, costringendola a confrontarsi con la sofferenza fin da piccola. Dopo aver sconfitto un tumore a 6 anni, pensava di essersi lasciata alle spalle quell’esperienza dolorosa, ma nel gennaio del 2022 il tumore è ritornato, più aggressivo che mai. Questo secondo accadimento ha avuto conseguenze ancora più devastanti: in poche ore Benedetta ha perso la capacità di camminare, dovendo affrontare dolori fisici laceranti. E, dopo aver superato questa difficile fase, pochi giorni fa ha scoperto l’ennesima recidiva.
Ma, nonostante tutto, Benedetta, più forte che mai, continua a lottare e a testimoniare la sua esperienza, proprio come ha fatto ieri.

Nella sua testimonianza, Benedetta ha spiegato come la sua lotta non riguardi solo il piano fisico, ma anche quello interiore. Ha raccontato di come sia stata costretta ad affrontare emozioni represse e paure profonde.
«Questa malattia mi ha dato una grande opportunità pur nel male – ha raccontato con emozione – mi ha permesso di guardarmi dentro, di conoscermi davvero e di capire ciò che conta davvero. La guarigione parte da dentro di noi».
Per Benedetta, riconoscere e vivere a pieno il dolore è diventato un modo per rinascere. Ha trovato una via di espressione artistica componendo una canzone, un inno al coraggio e alla vitalità, realizzato con la collaborazione di giovani artisti che hanno ascoltato la sua storia e deciso di affiancarla. Questo brano, nato dalla sofferenza, è diventato per lei un messaggio di speranza per i giovani, un invito a non soffocare il proprio dolore, a parlarne e a cercare una strada verso la serenità, lontano da distrazioni effimere come il fumo e l’alcol.
«Quando avete una sigaretta tra le dita o scorrete il telefono, chiedetevi cosa sentite dentro in quel momento. Provate a farvi quella domanda, perché così iniziate a scavare, a scoprire chi siete davvero».
Papà Gianpietro, e sua moglie Serenella che con lui condivide queste esperienze, ha raccontato, invece, l’esperienza dolorosa di aver perso il figlio Emanuele, trasformando una tragedia personale in una missione di vita. Nel 2013, a soli 16 anni, dopo aver assunto una droga sintetica durante una festa, Emanuele decise di togliersi la vita buttandosi in un corso d’acqua vicino casa. Da allora hanno dedicato la loro, di vita, ai giovani, attraverso l’associazione Ema Pesciolinorosso, con sede a Gavardo, in provincia di Brescia.

Durante l’incontro, Gianpietro ha parlato ai ragazzi dell’importanza di costruire relazioni autentiche e di fiducia, esortandoli a non isolarsi nei momenti difficili e a cercare sempre il sostegno di chi li ama.
«Non abbiate paura di chiedere aiuto» ha detto, sottolineando come l’amore incondizionato sia alla base del rapporto tra genitori e figli. In un mondo che spesso ci spinge a reprimere le emozioni, Gianpietro ha invitato i giovani a non chiudersi in se stessi, ma ad aprirsi al dialogo con i propri cari.

Uno dei momenti più toccanti della sua testimonianza è stato quando ha risposto a una domanda su cosa provasse quando un ragazzo, alla fine di un incontro come questo, lo abbraccia.
«Non posso tornare indietro e riportare qui Emanuele fisicamente, ma posso portarlo nel cuore di questi ragazzi affinché riescano a dire quel no che li può salvare, affinché riescano a fare la giusta scelta nella vita, quella che li aiuta a trovare il senso che il mondo di oggi sembra voler portare via. Questo è ciò che racchiude quell’abbraccio».

Gianpietro ha condiviso con il pubblico la sua visione di come il dolore, se donato, possa diventare una cura per le ferite degli altri.
«Il dolore diventa, se donato, una specie di unguento che guarisce le ferite altrui, ma è necessario fare una scelta: scegliere di non arrabbiarsi con la vita e con noi stessi per gli errori che abbiamo commesso, ma di amare e di donare quel dolore. Allora il dolore non è più un distruttore, ma un istruttore che ci insegna il senso vero della vita».

La mattinata si è svolta in un silenzio quasi sacro, con i volti degli studenti intenti ad ascoltare e gli occhi a volte lucidi per l’emozione. Come ha sottolineato il dirigente scolastico Alfio Albani, le parole di Benedetta e Gianpietro sono riuscite a toccare il cuore dei ragazzi.
«Un momento davvero importante per tutti noi – ha affermato – ringrazio i professori e soprattutto voi, che siete venuti qui a portare la vostra testimonianza, perché tutti noi abbiamo bisogno di parole vere».
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