L’intervista “Mordere il cielo”, Paolo Crepet e il coraggio di andare controcorrente
Conferenza spettacolo in programma il 29 gennaio al Teatro Dell’Aquila di Fermo e il 30 al Teatro della Fortuna di Fano
«Sono tempi bui soprattutto perché abbiamo messo nelle mani della tecnologia estrema la nostra vita, le esistenze dei nostri ragazzi».
Paolo Crepet torna nelle Marche il 29 gennaio al Teatro Dell’Aquila di Fermo e il 30 al Teatro della Fortuna di Fano con la sua nuova conferenza spettacolo Mordere il Cielo.
Psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano Crepet ha un forte legame con le Marche.
«Uno dei miei nonni era di Ostra Vetere e aveva frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, la nonna invece era di Sassocorvaro. Le Marche mi sono sempre piaciute e anche recentemente ho partecipato ad incontri a Fabriano e Pesaro, l’estate scorsa allo Sferisterio di Macerata. Ci sono teatri storici splendidi».
Dottor Crepet quali sono i tratti caratteristici che riconosce nei marchigiani?
«Sono persone che hanno lavorato sodo, dal dopoguerra hanno creato un miracolo economico in tanti settori, dalle calzature agli elettrodomestici. Ora la crisi si sente ovunque perché le giovani generazioni sono poco propense a impegnarsi come hanno fatto le precedenti».

Anche nella nostra regione si registrano molti casi di suicidi di giovani, come lo spiega?
«Manca assistenza per giovani che non sono più bambini ma non sono ancora adulti. I nostri adolescenti sono abituati a vedersi risolvere ogni problema da altri. Una volta si era preparati ad accettare qualche sconfitta, un brutto voto, una delusione amorosa. Oggi, dove tutto è facilitato, ci sono troppe persone che fanno fatica a trovare un motivo per vivere e al primo nodo che la vita propone accade l’irreparabile».
Per questo bisogna tornare a “Mordere il cielo”, come recita il titolo della sua conferenza spettacolo?
«Sì, occorre alzare la testa, così intanto non si osservano più gli schermi del cellulare, del computer. Superare l’insensibilità, la solitudine che ti lascia uno schermo, ritrovare il coraggio di nuove eresie, rinnovare ribellioni per inseguire le nostre unicità, rifuggendo da una grigia normalità».
I suoi incontri sono molto seguiti dal pubblico, c’è una ragione?
«Le persone hanno bisogno di incontrarsi, di ragionare e riflettere su quello che sta succedendo. Sono preoccupato per la deriva della nostra società ma non sono il solo visto che la gente viene perché è in cerca di qualche indicazione e riflessione».
Cosa la spaventa di questo mondo?
«Ha visto la cerimonia di insediamento del presidente degli Stati Uniti? C’era il ghota dell’industria tecnologica mondiale: Musk, Zuckerberg, Bezos. Facile intuire che la pressione dei social aumenterà e questo condizionerà pesantemente i mercati, l’Intelligenza Artificiale non è studiata per i novantenni ma per i nostri ragazzi che saranno ancora più dipendenti dalla tecnologia e meno dalla cultura. L’Europa deve porsi un obiettivo diverso, non deve essere la carrozza di seconda classe di un treno che è condotto da altri. Uno strumento di comunicazione di massa come internet fa paura: è seguito da tutti, dai nonni che seguono ricette e gossip sui telefonini e dai bambini. Siamo indifesi, non sappiamo cosa opporre».
Lei cosa suggerisce?
«Ci vuole coraggio. Qualcuno ha cominciato ad andare controcorrente. In Australia hanno proibito l’uso di telefonini fino a 16 anni, in Svezia e nei Paesi Scandinavi stanno prendendo contromisure. In Italia andiamo a traino e ci arrendiamo presto. I ragazzi dovrebbero essere rivoluzionari, che non significa spaccare vetrine o imbrattare monumenti. L’aria è diventata irrespirabile. Ritenevamo che le tecnologie artificiali portassero bellezza, gioia, serenità e invece siamo pieni di guerre, di odio, se una persona ci guarda storto la massacriamo di botte. Stiamo sviluppando uno strumento che invece che pace e serenità è divenuto una cloaca terrificante che poi origina trasmissioni trash in tv che sono il regno del pettegolezzo, delle cattiverie. Volevamo questo dalla tecnologia? Penso proprio di no!».
© riproduzione riservata

