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Jesi “Al voto, al voto!”, la politica che fece la storia della città
Il libro di Leonardo Lasca ed Ernesto Girolimini non è soltanto una narrazione ma un intenso viaggio emotivo che, attraversando gli anni dal 1944 al 1961, conduce nel cuore di un’epoca ormai lontana, evocandone tutto il fascino
Jesi – Memoria, politica e crisi della democrazia. Qual è il ruolo della Storia nella nostra società? Questa domanda mi si è presentata con forza leggendo “Al voto, al voto! Politica ed elezioni a Jesi dalla Liberazione alla fine del centrismo (1944- 1961)” di Leonardo Lasca ed Ernesto Girolimini.


È una riflessione che nasce dal confronto con le pagine del libro e che, allo stesso tempo, sento il bisogno di affrontare per provare a formulare una risposta.
Benedetto Croce concepiva la Storia come un movimento di vita reale, che affonda le radici nel presente e si arricchisce del perpetuo confronto tra passato e contemporaneità, conservando una rilevanza sempre attuale.
Anni dopo, Norberto Bobbio, affermò che “la Storia è un intreccio di libertà e oppressione”, invitandoci a vederla come una sintesi dialettica che riflette la complessità del progresso umano.
Questo lavoro di Lasca e Girolimini non solo si presenta come una ricerca storica sulla nostra città, ma ha anche il merito di mostrarci quale fosse, più generalmente, la concezione della politica: vi era la convinzione che essa non potesse ridursi a mercato ma che, al contrario, fosse una grande passione laica. Per meglio dire, era consolidata l’idea che essa fosse lo strumento tramite cui cambiare in meglio la vita delle persone.

È stato particolarmente emozionante leggere della notevole mobilitazione dei Partiti alle loro prime elezioni amministrative del 1946, quando i soggetti politici laici e democratici si unirono nella “Concentrazione Repubblicana dei partiti di sinistra”. Condivido pienamente le riflessioni di Roberto Petrini nella prefazione, in particolare quando evidenzia le cinque ragioni che rendono affascinante studiare e approfondire la storia di Jesi. In quelle cinque ragioni, unite dalla consapevolezza di appartenere a una comunità che ha sempre promosso una politica riformista capace di migliorare le condizioni di vita dei ceti popolari, vedo rispecchiarsi non solo i tratti distintivi della nostra tradizione, ma anche il percorso e l’impegno dei due autori, che ne rappresentano un’espressione autentica.
Che cosa è rimasto di questo insegnamento? Siamo immersi in una fase storica segnata da una crisi profonda della politica e della democrazia, soprattutto nelle società occidentali. Se è vero, come si sostiene, che “la democrazia è la tensione verso forme sempre più avanzate di uguaglianza”, allora la sua attuale crisi sembra derivare dall’incapacità di alimentare speranze di riscatto sociale per una vasta parte della popolazione.
I dati sull’astensionismo, se confrontati con quelli riportati nel libro, sono sconcertanti (nelle elezioni politiche del 1953 votò più del 97% degli aventi diritto). Oggi la democrazia si pratica solo su metà campo: una parte significativa dei cittadini si è ritirata, rinunciando a votare e a partecipare. Questa disaffezione riflette una crisi sistemica che, pur legata al declino dei partiti organizzati del Novecento e a leggi elettorali discutibili, affonda le sue radici in un fenomeno più profondo. Negli ultimi trent’anni, infatti, abbiamo assistito a un trasferimento progressivo del potere redistributivo dallo Stato al mercato. È in questa subordinazione della politica all’economia che, a mio giudizio, si annida la causa principale del declino democratico. Questo libro, arricchito dalle note biografiche di Ero Giuliodori, dalla prefazione di Roberto Petrini e dall’introduzione di Silvana Amati, merita di essere letto per una ragione profonda: non è soltanto una narrazione storica, ma un intenso viaggio emotivo che, attraversando gli anni dal 1944 al 1961, conduce il lettore nel cuore di un’epoca ormai lontana, evocandone tutto il fascino.
• La presentazione del libro è in programma sabato 15 febbraio alle ore 16.30 presso la Sala Conferenze di Palazzo Bisaccioni, in Piazza Colocci.
Filippo Bartolucci
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