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Jesi Comunità terapeutica Soteria, 25 anni nella cura della libertà

Modello di innovazione nell’approccio alle problematiche psichiatriche, prevista per il 21 giugno la festa con familiari e operatori per brindare ai traguardi raggiunti

Jesi – La Comunità terapeutica “Soteriadi via Tabano 51, a Jesi, festeggia quest’anno i suoi 25 anni di attività, il 3 maggio scorso il compleanno ufficiale, il prossimo 21 giugno la festa con familiari, operatori e amici per brindare all’importante traguardo raggiunto.

Una realtà che nel nostro territorio può vantare di aver portato una ventata di innovazione e di libertà nell’approccio alle problematiche psichiatriche, segnando ancora più marcatamente quella linea di confine che si è andata delineando a partire dagli anni ’70 con la riforma psichiatrica dettata dalla Legge Basaglia e l’abolizione degli istituti manicomiali a favore della costituzione di comunità terapeutiche.

Dal 1999, Soteria ospita persone con disagio psichico, difficoltà nella sfera relazionale e un basso livello d’autonomia, ma con una significativa potenzialità evolutiva e capacità di recupero a livello relazionale, in una struttura dal cancello d’ingresso sempre aperto, simbolo della sua natura antipsichiatrica, di libertà e di fiducia verso i suoi ospiti che ancor prima di essere dei pazienti sono persone che si portano appresso un bagaglio di storia ed esperienze del tutto personale, che va accolto, condiviso e sostenuto dalla comunità terapeutica.

Convenzionata con l’Ast e gestita direttamente dalla cooperativa sociale Cooss Marche, Soteria accoglie 12 pazienti.

«Questa struttura ospita un gruppo eterogeneo di ospiti, di età compresa per la maggior parte tra i 40 e i 50 anni – ha raccontato Gilberto Maiolatesi, psichiatra e direttore della comunità terapeutica – ci sono persone che sono qua da pochi mesi e altre che stanno compiendo un percorso terapeutico da alcuni anni. Lavoriamo con progetti riabilitativi personalizzati, rispetto a un momento difficile della vita del paziente nel quale si è trovato a vivere un disagio, non solo fisico ma che ha coinvolto la sua dimensione emotiva e relazionale, isolandolo dal contesto sociale».

«Qui gli diamo la possibilità di riabilitare le sue risorse personali e costruire un percorso che gli consenta di rientrare nella società, partendo dalle piccole routine quotidiane, l’organizzazione delle attività domestiche, le pulizie, le lavatrici, la cucina, come in una grande famiglia. Gli ospiti hanno poi la possibilità di partecipare a laboratori di tanti tipi: scrittura, lettura, arte, calcetto».

Al centro delle attività della comunità ci sono i momenti di incontro e confronto, due volte al giorno le riunioni di comunità per l’organizzazione della giornata, due volte al mese c’è il gruppo terapeutico tra pazienti e operatori, a cui possono prendere parte anche i familiari se lo desiderano.

Una volta al mese si svolge l’assemblea multifamiliare che prevede la riunione in plenaria in un grande cerchio di confronto, tra pazienti, operatori e famiglie, in cui si tirano fuori le problematiche, ci si aiuta nei momenti di crisi, ci si racconta e si esprimono i propri vissuti.

«E’ proprio tra queste mura che è nata l’idea dell’assemblea multifamiliare – ha sottolineato Gilberto Maiolatesi -. Un cordone sanitario che si stringe intorno ai pazienti e alle famiglie per fornire aiuto reciproco. Momenti importanti perché fondati sulla condivisione».

«L’orizzonte che determina l’intervento terapeutico quotidiano si colloca in piena continuità con quello storico, movimento che negli anni ‘60-’70 ha criticato, combattuto e vinto le logiche custodialistiche e le istituzioni manicomiali. Per questo l’idea del cancello rotto che è rimasto sempre aperto. Per promuovere il senso di libertà e l’apertura al mondo», ha sottolineato Gilberto Maiolatesi.

«Troppo comodo sarebbe ipotizzare un percorso terapeutico che resti circoscritto all’interno dei confini di questa Comunità. L’apertura alla società è il passo successivo. Le nostre porte sono aperte all’arrivo di studenti delle superiori e universitari che qui svolgono il loro tirocinio. Sempre tra queste mura è nata l’iniziativa Malati di niente per portare la psichiatria nei teatri».

«La prossima sfida è la creazione di gruppi appartamento, gruppi di convivenza, come processo e percorso concreto di deistituzionalizzazione, soprattutto per quelle persone ritenute clinicamente indimissibili, per quei pazienti che non ce la farebbero a fare il salto da una realtà assistita a una completamente autonoma».

«La cosiddetta residenzialità leggera che porterà gli ospiti, una volta usciti di qua, di arrivare a una gestione semi autonoma della propria vita, che in futuro chissà potrebbe anche diventare del tutto autonoma. Per ora sono tre le esperienze che abbiamo attivato, il nostro obiettivo è di aumentare il tournover dei pazienti, attualmente il 25-30 % esce dalla struttura nell’arco di 18 mesi. Il 70 % prevede una permanenza di qualche anno. Ma se realizziamo progetti più brevi, abbiamo bisogno di sapere con certezza dove potranno stare gli ospiti una volta usciti di qua».

La residenzialità territoriale leggera, con la concreta apertura di Gruppi di convivenza, risponde al bisogno di completamento di un percorso riabilitativo oppure di alternativa ai percorsi già esistenti. Tale presidio offre ospitalità in appartamenti autonomi a pazienti psichiatrici clinicamente stabilizzati, ma in situazioni sociali precarie sotto l’aspetto relazionale, familiare e ambientale.

«Il tema della salute mentale va portato fuori dalle comunità», ha sottolineato il presidente di Coos Marche, Diego Mancinelli, evidenziando l’ottimo lavoro che gli operatori stanno facendo in questa realtà, modello di buone pratiche nella cura psichiatrica, e ponendo l’accento anche sul ruolo prezioso di collaborazione con le famiglie.

Numerosi i feedback positivi lasciati nel cerchio dagli stessi familiari degli ospiti che qui hanno trovato una porta sempre aperta, un clima accogliente e familiare che non li fa sentire soli nella gestione delle difficoltà del proprio congiunto e li stimola a sperare e a progettare un futuro migliore per loro.

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