Cronaca
Jesi Don Roberto Berruti al “Cuppari Salvati”: «Quando la vita smette di buttarsi via»
Ultima assemblea d’Istituto con l’Oratorio Viva Maria: storie di dolore, abbandono e rinascita per dare coraggio a chi fa fatica a chiedere di essere aiutato
Jesi – Se l’abito non fa il monaco, allora don Roberto Berruti ne è l’esempio perfetto.
Nonostante il suo aspetto e un sacerdote, romano, che nella giornata di martedì è arrivato all’Istituto Cuppari Salvati e ha saputo parlare agli studenti senza filtri, con parole dirette, a volte ruvide, ma capaci di arrivare dritte al cuore.

L’ultima assemblea dell’anno ha avuto un tema particolarmente toccante: il dolore che attraversa la vita dei giovani, la solitudine che spesso resta nascosta, le ferite dell’abbandono, della droga, della violenza, fino ai gesti estremi come quelli che conducono a togliersi la vita. Ma, soprattutto, ha parlato di rinascita e della possibilità di ricominciare.

Don Roberto oggi vive a Monte Livata, nel parco dei Monti Simbruini, dove con l’Oratorio Viva Maria accoglie ragazzi segnati da storie difficili.
Il senso dell’incontro era proprio questo: fare in modo che, tra gli studenti presenti, qualcuno potesse riconoscersi in quelle storie e trovare il coraggio di non tenere più tutto dentro.
«Perché il dolore, quando resta chiuso, rischia di diventare una prigione, ma quando viene raccontato, ascoltato e accolto, può diventare l’inizio di un cammino diverso». Ha spiegato ai ragazzi.

«Ci possono essere situazioni personali che uno vive dentro e non ha il coraggio di dire a nessuno – ha osservato rivolto agli studenti –, perché magari si vergogna o perché si è convinto che tanto, anche se le racconta, non verrà ascoltato».
Da qui il cuore del suo messaggio: nessuno deve sentirsi solo nel proprio dolore: «Siamo venuti qui nella speranza che ciascuno di voi possa sentirsi ascoltato e capito».
Accanto a lui alcuni giovani dell’Oratorio hanno portato la propria testimonianza: vite passate attraverso l’abbandono, la strada, le dipendenze, il vuoto, ma anche attraverso una rinascita costruita giorno dopo giorno.
«I miracoli esistono – ha detto il sacerdote – e spesso nascono dalla strada. Sono storie di dolore che diventano storie d’amore».

Don Roberto ha parlato anche della fede, senza trasformarla in una formula astratta, ma presentandola come una presenza concreta nella vita quotidiana.
«La vita è più forte – ha affermato – prima di tutto perché c’è Gesù. Ma non un Gesù attaccato al muro, al quadro o al crocifisso, che finisce lì. Gesù funziona davvero, entra nel cuore delle persone e fa cose straordinarie».
Poi ha aggiunto che quella presenza chiede anche mani, volti e persone disposte ad accompagnare chi è rimasto indietro: «Gesù ha scelto di non lavorare da solo. Finché ci sono uomini che fanno alleanza con lui, allora l’abbandono può essere raggiunto dall’amore».
A introdurre l’incontro è stata la prof.ssa Mariarita Gianangeli, che ha spiegato il senso profondo dell’assemblea: portare davanti agli studenti testimonianze vere, senza retorica.
«Una persona si salva soprattutto dentro – ha detto – e quando io ero in un baratro, senza speranza, Roberto mi ha aiutata. Lui aiuta con l’amore: aspettando, credendo nelle persone, anche quando sembrano perse per tutti».


«Non sembra mai un prete, ha messo a disposizione tutta la sua vita per aiutare chi ha davvero bisogno».
L’Oratorio, ha tenuto a sottolineare don Roberto, non è una struttura ma «siamo una comunità, siamo una famiglia», ha sottolineato, quella famiglia che a molti ragazzi è mancata o semplicemente non sono riusciti a vederne la presenza.
Molti ragazzi, anche qualcuno tra quelli presenti nella mattinata, hanno conosciuto la solitudine, il bullismo, le droghe, la strada, il senso di non valere niente.
«Ci sono ragazzi che stanno uscendo da grandissimi dolori e oggi cominciano a raccontare la loro resurrezione – ha aggiunto –. Non solo guarigioni fisiche, ma soprattutto guarigioni del cuore. È una vita che smette di buttarsi via».
Parole forti, che hanno attraversato la palestra della scuola con un messaggio preciso: chiedere aiuto non è debolezza, raccontare il proprio dolore può essere il primo passo per salvarsi. L’assemblea, inizialmente prevista per marzo e poi rinviata, si è conclusa con un momento molto intenso.
Durante la pausa diversi studenti si sono avvicinati a don Roberto per abbracciarlo, mentre altri hanno circondato i ragazzi dell’Oratorio con domande e curiosità. Il segno più semplice e più vero che quelle storie, così dure e così vive, non sono rimaste lontane: sono entrate nella scuola e hanno aperto uno spazio di ascolto.
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