Cronaca / Approfondimento
Jesi Il senzatetto trovato senza vita, «persone fragili che spesso rifiutano l’aiuto»
Marco D’Aurizio, direttore della Caritas diocesana: «I casi stanno aumentando, il problema è come fare a sistemare tutte queste persone»
Jesi – «Di casi come il suo ce ne sono altri in città, si tratta di persone molto fragili e di situazioni complesse sia perché, anche se viene offerto loro aiuto, non è detto che lo accettino, sia perché la comunità fa fatica ad accettarli».
Sono parole dettate dal rammarico ma anche dal desiderio di cambiare le cose, quelle del diacono e direttore della Caritas diocesana Marco D’Aurizio, all’indomani del tragico evento di lunedì pomeriggio, quando sotto la tettoia del Campo Boario il giovane senzatetto Andrey, di 29 anni, è stato ritrovato privo di vita.
Il ragazzo di nazionalità italiana ma di origine rumena, era seguito dalla Caritas di Jesi, ultimamente aveva trovato ospitalità presso la Casa delle Genti – poco distante dal Campo Boario – dove aveva dormito anche un paio di settimane fa. Solo l’autopsia potrà stabilire con certezza le cause del decesso, che da una prima ricostruzione potrebbero addebitarsi a un malore.

«I centri di accoglienza sul territorio sono gestiti da Enti o associazioni diverse e quindi hanno anche regolamenti differenti – ha spiegato Marco D’Aurizio, a cui abbiamo chiesto cosa succede a un senzatetto quando termina il periodo di accoglienza in una struttura -. A Jesi la Casa delle Genti, è un centro che Asp Ambito 9 ha dato in gestione alla Caritas, può accogliere un massimo di 18 utenti e il periodo di permanenza è di 15 giorni».
«Quando sta per terminare la tempistica noi di Caritas in collaborazione con Asp, ci attiviamo per trovare altre strutture sul territorio, nella rete dei centri disponibili, che possano continuare a dare ospitalità, ma ammesso che ci sia posto, non è detto che l’utente accetti il nostro aiuto e che si sposti, soprattutto se il Centro è in un altro Comune e lui preferisca tornare a dormire per strada».

«Le situazioni sono svariate e spesso queste persone non vogliono farsi aiutare, oppure accettano l’aiuto ma dopo qualche giorno tornano per strada e si rifanno vivi dopo qualche tempo, come nel caso di Andrey».
In questi casi sono gli operatori di strada a fare il lavoro più duro, tenendo sotto controllo gli spostamenti dei senzatetto e provando a mantenere con loro un contatto, proponendo di usufruire dei servizi di accoglienza, con l’obiettivo di poterli inserire in un percorso riabilitativo e di integrazione nella vita sociale ed economica della comunità.
«Il problema più grande è che i senza fissa dimora stanno aumentando e i nostri aiuti non sono sufficienti, nonostante qui a Jesi siamo ben strutturati per l’accoglienza e nonostante d’inverno i posti letto, con il Piano Freddo, aumentino. Per i senzatetto di nazionalità straniera è ancora più difficile uscire dalle difficoltà e accettare l’aiuto perché non hanno una rete parentale e amicale che li sostenga in un percorso di reinserimento e il fatto di doversi spostare da un centro all’altro può ostacolare l’integrazione in un luogo, mentre per gli italiani questo è più facile».
«Ma, ripeto, questi interventi non bastano, i casi aumentano e la coperta è corta, ancora la cittadinanza fa fatica a gestire queste situazioni, il problema vero è: come facciamo a sistemare tutte queste persone? E servirebbe una sensibilizzazione dei cittadini per portare noi tutti un aiuto concreto e diretto e renderci conto delle situazioni che i senzatetto vivono e delle difficoltà da gestire e risolvere. Proprio l’altra sera ho portato un sacco a pelo ad un uomo di una certa età che avrebbe bisogno di stare al caldo ma rifiuta di venire a dormire nei Centri di accoglienza».
Anche il vicesindaco Samuele Animali nel commentare l’accaduto ha definito Andrey «una persona molto fragile, difficile da aiutare, che i Servizi sociali avevano avuto occasione di conoscere un po’ di tempo fa».
Per fortuna accanto alle vicende più tragiche esistono anche storie a lieto fine di senzatetto che ce l’hanno fatta a trovare una via d’uscita, che spesso consiste nel ricongiungimento con i propri cari, come nel caso di N. un camerunense di 40 anni che per diverse settimane abbiamo visto occupare la panchina degli Orti Pace.

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Seguìto da Asp e Caritas, ha sempre rifiutato di aderire a un progetto di reinserimento e solo saltuariamente ha usufruito dei servizi come la mensa per i senzatetto e l’armadio Caritas. Poi lo scorso settembre, grazie al lavoro degli operatori, ha raggiunto la casa della sorella in Val d’Aosta, dove è stato accolto a braccia aperte dalla famiglia di lei e dove ha accettato di curarsi.
Ancora, c’è il caso di Paul, 40enne originario del Ghana, che ha vissuto per 7 anni in Italia, spostandosi principalmente qui a Jesi e nei dintorni, senza fissa dimora, sotto l’occhio vigile dei Servizi sociali dell’Azienda sanitaria territoriale, dell’Asp Ambito 9 e della Caritas Jesi.
Con lui gli operatori hanno attivato una rete di aiuto prima per provare a inserirlo nel tessuto sociale, anche se il senzatetto rifiutava qualsiasi tipo di progettualità, poi per risolvere i suoi numerosi problemi, tra cui la dipendenza dall’alcol, che non è mai riuscito a sconfiggere a causa di uno spirito ribelle e di un carattere sopra le righe, fino a condividere un percorso di consapevolezza che lo ha portato a scegliere di tornare a Kranka il villaggio vicino a Techiman, in Ghana, dove vive la sua numerosa famiglia.
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