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Cronaca

JESI / Teresa Vergalli e le donne della Resistenza

teresa vergalli

«Coltivare il sentimento dell’antifascismo come amore assoluto per la libertà, per i diritti di tutti»

JESI, 25 aprile 2020 – Un paio di coincidenze mi hanno dato modo di riunire insieme alcuni ricordi, peraltro recenti, alla parola Resistenza.

In primis al virus, anche questa è una guerra e non si sa ancora chi siano gli alleati e se la guerra sia ancora dietro la collina, crucca ed assassina, ma soprattutto alla data del 25 aprile che, purtroppo, non potrà essere festeggiata come merita per i noti motivi.

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Il soffio di libertà che nasce dalle note delle canzoni che si intonano e si intoneranno sempre, l’avremo dentro di noi, stavolta con un moto di stizza, ma sarà forse più attuale del solito anche se in streaming o video chat.

Ho letto, nel settimanale “Venerdì” dell’altro giorno, un articolo molto intelligente e ben scritto da Laura Gnocchi, intitolato “Noi ci siamo”. Si riferisce, in gran parte, alle donne che hanno “fatto” la nostra liberazione.

Tra le foto, un viso a me molto noto e caro, Teresa Vergalli, di cui ho avuto l’onore di presenziare a Jesi alla presentazione agli studenti di un libro, cinque anni fa, “Un cielo pieno di nodi” e di intervistare a lungo, allora, grazie all’interessamento dei professori Armando Fancello e Rita Armati (che vedete nelle foto).

È stata una festa riascoltarla dall’altra parte del telefono, attiva più che mai coi suoi 92 anni, interviste da mettersi in fila, tutti chiamano per riascoltare ricordi che ci facciano essere più forti. Anche in questo momento, in cui si confonde Resistenza con resilienza.

È il nostro 25 aprile, le dico, ne è passato di tempo, ma credo che le storie di allora siano impresse nella vostra mente, come se fosse ieri.

Oggi il termine “resistenza” ha ancora lo stesso valore di una volta?

«Oggi bisogna resistere ancor più di prima, le cose che accadono sono meno chiare e più complesse. Per esempio, questo coronavirus ci mette di fronte a riflessioni inevitabili, secondo me. Non c’è una parte dell’Umanità contro l’altra, ma c’è un nemico che ci affronta tutti, di ogni razza e di ogni continente. Serve un’intesa che superi le religioni, le nazioni, le idee, e spero che, una volta sconfitto questo nostro “amico”, si possa intraprendere un cammino diciamo comune ma che, in ogni caso, si faccia buon uso di quello che in questi terribili mesi si è imparato. È vero che nelle amicizie e nelle alleanze trovi sempre qualche ombra, qualche motivo di attrito, personalità differenti, basi culturali pure. La politica, dicono, deve avere il polso duro. Intanto bisogna vedere quanto duro ma soprattutto bisogna seguire quello che gli scienziati ci diranno. Facciamo prevalere la parte positiva, perché le conseguenze non solo sociali, ma soprattutto economiche, saranno gravi. Ricordo quando nacque la nostra Costituzione, oggi ce ne vorrebbe una mondiale, fatta da tutti, come allora, ma credo sarà difficile. La lezione dei partigiani rimasti a lottare per la libertà è impressa nella mente come un marchio, sopra il quale nessuno può stendere un velo. Ma siamo tutti vecchi, ormai, e anche io ne sento il peso. Adesso sto cucinando, qui a casa mia a Roma, il mio adorato “erbazzone reggiano” (torta salata di pasta sfoglia farcita con un ripieno molto saporito: spinaci, cipolla, aglio, pangrattato, ricotta, formaggio Parmigiano Reggiano, n.d.g.), ma dalle richieste di interviste che ricevo in questi giorni, visto che anche come donne siamo rimaste poche a ricordare, ho sempre poco tempo a disposizione».

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Voi siete un capitolo importantissimo della Resistenza, e il vostro ruolo è stato rivalutato dopo alcuni anni…

«Perché a quel tempo nelle sovrastrutture intellettuali il modo di pensare pesò molto, come le ideologie dei secoli precedenti, che relegavano la donna in una situazione di sottomissione e c’è stato bisogno di tanto tempo prima di riuscire a venirne fuori, e forse non lo siamo ancora del tutto. Le incrostazioni del modo di pensare sono le più dure da togliere. Credimi, anche una parte dei partigiani era maschilista, anche senza volerlo, magari bonariamente e con affetto, per cultura. Una parte delle partigiane sono ritornate nell’ombra, molte non si son nemmeno fatte riconoscere. Non sempre noi partigiane combattevamo con le armi ma in mille altri modi, sì. Alcune ne hanno passate di tutti i colori, torture, offese, sevizie e una vita a cercare di dimenticare quando, magari, sarebbe stato meglio ricordare a chi è venuto dopo. Alcune sono diventate dirigenti sindacali, dell’Unione donne italiane, consiglieri, assessori, hanno fatto vita politica, magari entrando in parlamento, ricordati Tina Anselmi».

Oggi l’Anpi raccoglie molti giovani, ed esiste e resiste per far rivivere la memoria…

«Ci sono ragazzi e ragazze curiosi ma anche determinati a non dimenticare i campi di sterminio, Marzabotto, gli eccidi e debbono coltivare il sentimento dell’antifascismo nel senso di amore assoluto per la libertà, per i diritti di tutti, seguendo passo passo la nostra Costituzione quando parla di riscatto sociale, civile, di uguaglianza, di religione, di scuola. Il “Timoniere” che li guida deve saper tenere la barra su questi principi fondamentali sempre, soprattutto la conoscenza storica obiettiva, non stravolta, nulla deve essere cancellato o sottaciuto per mettere in luce altre presunte verità. Ti racconto una cosa: una fotografa professionista verrà sotto le nostre case e farà una fotografia dal balcone a noi partigiani sopravvissuti! Figurati, io sto al settimo piano, però mi farò trovare pronta. Praticamente sto in montagna anche adesso».

La sua risata cristallina, che ricordavo generosa quando ci siamo incontrati a Jesi, è carica di ironia e di voglia di raccontare ancora. A me vengono in mente Milton, Johnny, i partigiani di Beppe Fenoglio mentre Teresa continua a ricordare come le donne abbiano contribuito, con ruoli eroici, alla fine del fascismo. Certo, oggi bisogna ricominciare e rimettere di nuovo insieme le rovine economiche e sociali, come una volta. Il nostro nemico “vero”, quello che serpeggia per le nostre strade e per le colline che ricordano Pavese, ha un nome scientifico. Lo sapete tutti. Io, per questo 25 aprile, vorrei, se permettete, chiamarlo Kesserling, come fece Piero Calamandrei. Solo così sarà ancor di più Festa della Liberazione.

Giovanni Filosa

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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