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L’ARTICOLO / Stare fermi e in silenzio per riscoprirci

La reclusione forzata a causa dell’emergenza sanitaria e la limitazione agli spostamenti ci aprono un’altra dimensione di vita

JESI, 25 marzo 2020 – «Far buon uso delle crisi. Non siamo così meschini, e perciò diciamo far buon uso delle crisi, delle catastrofi, dei drammi, dei vari naufragi. Nel corso della vita ho raggiunto la certezza che le catastrofi servono ad evitarci il peggio. E il peggio, come potrei spiegare che cos’è il peggio? Il peggio è proprio aver trascorso la vita senza naufragi, essere rimasti alla superficie delle cose, aver danzato al ballo delle ombre, aver guazzato in questa palude dei “si dice”, delle apparenze, non essere mai stato scaraventato in un’altra dimensione. Nella nostra società tutta l’ambizione, tutta la concentrazione è rivolta a sviarci, a sviare la nostra attenzione da tutto ciò che è importante. Un sistema di fili spinati, di proibizioni per non avere accesso alla nostra profondità».

Così parlava delle crisi Christiane Singer, saggista e scrittrice francese, durante una sua conferenza del 1991, poi raccolta nel libro Del buon uso delle crisi, edito da Servitium.

Sono andata a leggere l’etimologia di catastrofe, dal greco katastrophé, ‘capovolgimento’, ‘rovesciamento’. Ecco allora che la catastrofe segna il capovolgimento di un ordine pregresso, pre-costituito. E di crisi, dal greco krìsis, ‘scelta, decisione’, a sua volta derivante dal verbo krìno, ‘distinguere, giudicare’, termine che ci invita ad un discernimento e a una successiva scelta.

Lontana dal cinismo e dalla meschinità di cui fa cenno la Singer, per rispetto alle vite umane perse e nei confronti delle migliaia di medici e infermieri e di tutto il personale sanitario e non solo che stanno affrontando in prima linea questo evento, non posso che essere d’accordo: tutto questo potrebbe rivelarsi come occasione e opportunità per accedere a un’altra dimensione, quella della nostra interiorità.

La reclusione forzata e la limitazione agli spostamenti ci obbligano a stare, una dimensione cui non siamo più abituati in questa vita frenetica e frettolosa, a volte delirante, votata all’efficientismo.

Potremmo però cogliere l’opportunità dello stare e farlo seguire da atteggiamenti altri, non abituali.

Stare fermi. Per ascoltare finalmente il corpo, il nostro corpo, il nostro respiro, così scontato e mai come in questo momento mancante o affannato.

Stare in silenzio. Per ascoltarci dentro, dare nome alle paure che ci abitano, tremare con esse, riconoscere le emozioni che ci attraversano, accoglierle e darsi il privilegio di viverle fino in fondo, perché è proprio nelle situazioni limite che vediamo realmente chi siamo e ci riveliamo a noi stessi.

Stare in silenzio, in un altrove ritrovato fuori dai rumori e dalle parole inutili, in quello spazio cavo, luogo di gestazione di una parola altra che feconda la vita invece di negarla.

Stare dentro. Dentro il limite, dentro la finitezza che ci è propria, fare i conti con i nostri deliri di onnipotenza e le nostre manie di controllo per poter poi progettare e costruire la promessa di dignità, di riconoscimento e di cura per tutti, nessuno escluso, natura e cosmo compresi.

Dentro il limite per scoprirlo soglia, passaggio a nuove intuizioni, nuovi orizzonti, sorretti dalla speranza di altri futuri possibili.

Stare connessi. Innanzitutto con noi stessi, centrati nella consapevolezza che ciò che ci abita, nel turbine delle nostre ombre, è la predisposizione al bene.

Stare connessi con l’energia vitale che ci fa capaci di gesti generosi in grado di ridisegnare una convivenza nuova, nella quale siano ritessute le reti della solidarietà, dell’attenzione reciproca, della coltivazione di ciò che vale. E allora la catastrofe sarà servita

forse
per riprendermi il silenzio
altro
lontano dai miei piani
e dai miei orizzonti certi.
Altra distanza
più promiscua
legata a fili più intrecciati
di comunione.
Altre reti
e altre connessioni
con l’albero, il sasso,
il ruscello e il filo d’erba.
Altra pace
in presenza amicale
della finitezza.
Altri spostamenti
salti di coscienza
e consapevolezza
nella luce.

Cristiana Filipponi

(foto Francesco Pirani)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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