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STAFFOLO / Capitale della memoria degli anni di piombo (video e foto)

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Inaugurati stamattina il monumento a Domenico Ricci vittima delle Brigate Rosse e il “Muro” in cui sono incisi i 381 nomi delle vittime del terrorismo

STAFFOLO, 18 settembre 2021 – Era il 16 marzo del 1978, in poco più di due minuti, cento furono i colpi di arma da fuoco, esplosi in via Mario Fani a Roma, che uccisero i componenti della scorta di Aldo Moro.

Quel giorno, nell’attacco terroristico compiuto dai militanti delle Brigate Rosse per sequestrare l’importante esponente politico della Democrazia cristiana, morì il carabiniere Domenico Ricci, nato a Staffolo il 18 settembre 1934.

Oggi avrebbe compiuto 87 anni e in questo giorno la comunità di Staffolo ha deciso di onorarlo con un’opera bronzea, nata dall’idea di Franco Costarelli e realizzata dalle allieve Giulia Salta, Maria Zenobi e Maria Ciuffolotti, del Liceo Artistico Edgardo Mannucci di Jesi, coordinate dal professor Massimo Ippoliti.

Presenti all’evento, frutto della collaborazione tra Comune, Associazione Domenico Ricci e l’Associazione Carabinieri in congedo di Staffolo e San Paolo di Jesi, i massimi organi dello Stato, della Regione e della Provincia. L’evento è stato organizzato nel rispetto delle norme anticovid.

Unitamente al gruppo scultoreo anche il “Muro della Memoria” – otto metri – in cui sono stati incisi i 381 nomi delle vittime del terrorismo, «abbiamo avuto coraggio e determinazione nel realizzare questo monumento, il primo in Italia», ha detto il sindaco Sauro Ragni.

«L’obiettivo era quello di rendere attuale, vivo e costante, un momento cruciale della storia, oltre a dare una giusta riconoscenza alle vittime del terrorismo e a tutti coloro che hanno perso la loro vita al servizio della patria».

Il prefetto di Ancona, Darco Pellos, ricorda il 16 marzo 1978 come «il giorno della tortura, una stagione nella quale si pensava che attraverso stragi e omicidi si potesse cambiare la politica».

Allora aveva appena vent’anni, «io c’ero, molti di noi c’erano, e forse questa statua più che per noi, è per le nuove generazioni che non hanno vissuto le sensazioni di quei momenti, affinché la memoria del passato possa aiutarli a capire ciò che veramente è successo».

«Domenico Ricci, quella mattina, era alla guida della Fiat 130 ministeriale e mentre le pallottole lo colpivano, non si preoccupava di riparare il suo corpo, ma solamente di fuggire e proteggere Aldo Moro»: è l’agghiacciante racconto di Filippo Boni, che intervistato dal giornalista Andrea Brunori, moderatore della giornata, ha presentato il suo libro “Gli eroi di via Fani“, la storia dei cinque agenti di scorta, chi erano e perché vivono ancora.

E’ quando, con la mano sul petto, tutti, cittadini e autorità, hanno intonato all’unisono l’inno di Mameli, accompagnati dalla banda Città di Staffolo, che si è potuto avvertire un grande senso di unione e orgoglio, quello di essere cittadini di una grande patria come l’Italia.

Scivolano a terra i veli di velluto, posti a copertura dei monumenti che «ricordano la democrazia, l’importanza e il sacrificio degli uomini in divisa, ma anche tutti i familiari delle persone morte: morte per i loro ideali e per la follia utopica di chi voleva prevaricare l’altro», ha sottolineato il figlio di Domenico Ricci, Giovanni.

Presente anche la Fervicredo Feriti e vittime della criminalità e del dovere – con il segretario Paolo Petracca accompagnato da Laura Appolloni, di Senigallia, che era al Bataclan di Parigi il giorno della strage.

«Per noi è un onore e un dovere essere qui – ha detto il segretario Petracca – e vogliamo ringraziare anche il Comune di Staffolo perché è fondamentale che proprio un’Amministrazione pubblica indichi la strada del ricordo e della celebrazione delle nostre vittime, via Fani, ma anche tutti gli altri luoghi simbolo della barbarie che negli anni di piombo sconvolse il Paese, nonché tutti gli altri posti in cui la criminalità di ogni genere ha mietuto vittime, e il ricordo di ognuna di quelle persone meravigliose, devono essere un monito, ma non un pensiero oscuro che annienta, bensì un faro luminoso che indica la strada giusta da percorrere evitando gli errori del passato».

Nicoletta Paciarotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA 

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