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Cronaca

JESI / Oltre la movida c’è altro per i giovani?

esposto alla Procura della Repubblica da parte dei residenti del centro storico della città

Parlare solo di “ordine pubblico” rischia di essere un approccio che manca di progettualità: ecco il Progetto Policoro

JESI, 23 ottobre 2020 – Il Progetto Policoro della Diocesi di Jesi affronta la questione giovanile nella nostra città: in particolare si propone un tentativo di riflessione sulla proposta cittadina di attività aggregative, culturali, artistiche, rivolte attualmente ai giovani.

«Alla movida – spiegano – hanno fatto seguito le polemiche e le prese di posizione, peraltro giustificate, degli abitanti della parte vecchia della città di Federico II, per gli schiamazzi notturni e per i comportamenti indecorosi visti tra i vicoli del centro, fatti di fenomeni derivanti nella maggior parte dei casi dall’ubriachezza».

Una realtà della Diocesi di Jesi che pone l’attenzione sui giovani: «Le soluzioni, sovente, passano esclusivamente per interventi di ordine pubblico, telecamere di sorveglianza e controllo di polizia. Rimandare la responsabilità ai giovani stessi, alla società in generale in quanto “è una problematica di tipo sociale”, alle famiglie per azioni di educazione civica efficaci e puntuali, inquadrare la questione come “un problema oggettivo di ordine pubblico” potrebbe esprimere un atteggiamento ed un approccio difensivo e privo di prospettive progettuali, un fermarsi al presente privo di potenziale generativo».

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Una parte della popolazione che non va condannata ma sostenuta: «La libertà per i giovani è assoluta e inderogabile e si manifesta spesso proprio in una profonda contraddizione con le generazioni precedenti. I giovani da sempre hanno una insopprimibile voglia di vivere che, purtroppo, con il covid-19 hanno avuto tarpata nei lunghi mesi di lockdown – spiega il progetto Policoro -. I giovani che vivono in una comunità cittadina ai tempi odierni non possono diventare “un problema”, né essere “il problema di …”, al contrario sono e devono diventare un bacino di forza, di coraggio e di idee, nel rispetto delle loro diverse identità e sensibilità: la città deve diventare per loro un buon posto dove vivere se si riconoscono come appartenenti ad un medesimo progetto che presta attenzione alle loro esigenze e ai loro bisogni anche di svago. Devono poter iniziare a ri-conoscere i luoghi della città del noi”, cogliere le possibilità esistenti per trasformare insieme i problemi in opportunità».

Ecco quindi l’importanza di apprezzarli, valorizzarli, prendere consapevolezza delle loro potenzialità: «Offrire nuove prospettive di speranza nel contesto sociale diventa la vera sfida che ci aspetta nel rapporto giovani – comunità, una sfida culturale e politica attraverso cui tutti i soggetti coinvolti (amministratori, animatori, educatori, genitori, ragazzi) elaborino valori condivisi. Mettere da parte dei “non problemi” e facili soluzioni: ri-pensare insieme dei luoghi incubatori di nuove ed originali esperienze aggregative dei giovani, scoprire ed alimentare la generatività dei nuovi modi di “fare gruppo” anche attraverso dei patti intergenerazionali».

Quali strumenti utilizzare per intercettare il disagio giovanile? «Osservare le dinamiche di relazioni tra giovani nella loro vita quotidiana potrebbe restituirci una nuova rappresentazione della loro generazione, una storia forse sconosciuta: prestare attenzione vicino all’esperienza diretta, a cosa accade nei loro legami sociali, sforzarci di ri-conoscere le necessità, le fragilità e le potenzialità, questo sì sarebbe un grande investimento di benessere sociale per la nostra comunità. In altre città si sono poste in essere iniziative volte a sostenere l’attività volontaria di gruppi di cittadini mettendo a disposizione locali, risorse e idee: progetti di volontariato civico, di rigenerazione urbana con finalità di promozione di attività artistiche e culturali, di avvio dei laboratori di quartiere dove discutere il futuro della città, di borse di studio per giovani laureati, di rassegne cinematografiche e musica dal vivo e altro ancora».

La città di Jesi è in grado oggi di proporre “altro” dalla movida serale e riempire il vuoto del tempo libero?

«Forse bisogna iniziare a fare sana autocritica e prendere atto della mancanza di idee per aggregare, stimolare iniziative di giovani, promuovere, all’interno della comunità, attività culturali, aggregative, ludiche. È giunto il momento di avviare un confronto ed una ricerca condivisa, a vari livelli istituzionali e non, per una “ritessitura” del legame sociale fra generazioni diverse anche osservando con fiducia le nuove esperienze aggregative dei giovani per entrare in sintonia da adulti con queste nuove modalità di fare gruppo».

Progetto Policoro è aperto ad ogni forma di collaborazione: «Il virus può, paradossalmente e purtroppo drammaticamente, aiutarci a riscoprire, come scrive il sociologo Mario Pollo, la nostra fragilità umana: la forzata separatezza dagli altri svela come il nostro io sia sempre legato a un tu e a un noi, in una relazione di appartenenza ad un tutto del quale siamo una parte distinta e cosciente ma senza il quale non possiamo esistere e del quale siamo tutti responsabili».

(e.d.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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