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Salute / Lifestyle

Sempre stanchi senza motivo? La psicologia spiega perché la mente si affatica

Perché siamo sempre stanchi, anche quando non abbiamo fatto nulla?

Non è sempre il corpo a chiedere una pausa. Decisioni, notifiche, pensieri e continue interruzioni possono affaticare la mente molto più di quanto immaginiamo.

Arriviamo a sera stanchi. Eppure, ripensando alla giornata, può capitare di domandarsi: «Ma che cosa ho fatto per essere così stanco?».

Non abbiamo corso una maratona, spostato mobili o trascorso dieci ore in piedi. Magari siamo rimasti per buona parte del tempo davanti a un computer, abbiamo guidato, risposto a qualche messaggio, fatto la spesa, organizzato appuntamenti. Eppure sentiamo il bisogno di fermarci.

La spiegazione può trovarsi non tanto in ciò che abbiamo fatto con il corpo, quanto in quanto abbiamo chiesto alla nostra mente.

Una stanchezza che non si vede

In psicologia si parla di fatica cognitiva o mental fatigue: una condizione di stanchezza mentale e di riduzione dell’efficienza cognitiva che può manifestarsi dopo attività prolungate e impegnative per la mente. Tra gli effetti possono comparire difficoltà a mantenere l’attenzione, rallentamento nell’elaborazione delle informazioni e maggiore probabilità di commettere errori.

L’American Psychological Association definisce inoltre il carico cognitivo come la quantità di risorse mentali richiesta da un determinato compito.

Il punto è che, nella vita quotidiana, queste richieste non arrivano necessariamente sotto forma di un unico grande problema. Spesso sono decine di piccole sollecitazioni.

Rispondere a un messaggio. Ricordarsi di telefonare. Decidere cosa preparare per cena. Controllare una mail. Pensare alla bolletta da pagare. Interrompere quello che stiamo facendo perché è arrivata una notifica. Tornare alla mail. Ricordarsi dell’appuntamento di domani.

Nessuna di queste azioni, presa singolarmente, sembra particolarmente faticosa. È la loro somma a occupare continuamente la nostra attenzione.

Il falso mito del multitasking

C’è poi un’abitudine diventata quasi normale: fare più cose contemporaneamente.

Scriviamo mentre controlliamo WhatsApp. Leggiamo una mail mentre arriva una notifica. Guardiamo la televisione tenendo lo smartphone in mano. Durante una riunione controlliamo la posta elettronica.

Più che svolgere davvero molti compiti nello stesso momento, però, spesso spostiamo rapidamente l’attenzione dall’uno all’altro.

Gli studi sul cosiddetto task switching mostrano che questi passaggi hanno un costo: quando cambiamo attività dobbiamo riadattare la nostra attenzione al nuovo compito. Tornando a quello precedente, dobbiamo ricostruire almeno in parte il punto in cui eravamo arrivati.

È un costo piccolo. Ma può ripetersi moltissime volte nell’arco della giornata.

Anche le cose non fatte occupano spazio

La stanchezza mentale, però, non nasce soltanto dalle attività che svolgiamo.

Ci sono anche quelle che dobbiamo ancora fare.

Una telefonata rimandata. Una decisione da prendere. Un problema di lavoro. Una visita da prenotare. Una conversazione difficile che sappiamo di dover affrontare.

Fisicamente non stiamo facendo nulla, ma una parte della nostra attenzione continua a tornare su quelle questioni.

È una sensazione familiare: sedersi sul divano senza riuscire veramente a riposare. Il corpo è fermo, la mente continua a lavorare.

Ecco perché riposo fisico e riposo mentale non coincidono necessariamente.

Il paradosso dello smartphone

Quando siamo stanchi prendiamo spesso il telefono pensando di concederci una pausa.

Scorriamo fotografie, video, messaggi e notizie. Per qualche minuto abbiamo la sensazione di non fare nulla.

In realtà continuiamo a ricevere informazioni.

Ogni contenuto richiede almeno una piccola quota di attenzione: guardare, capire, scegliere se continuare, reagire oppure passare oltre. Non significa che usare lo smartphone sia necessariamente negativo. Significa semplicemente che non tutte le attività che percepiamo come riposo permettono davvero all’attenzione di riposare.

Come alleggerire il carico mentale

Non serve necessariamente rivoluzionare la propria giornata. Può essere più utile ridurre alcune delle continue richieste rivolte alla nostra attenzione.

Concentrare le risposte a mail e messaggi in determinati momenti, anziché interrompersi continuamente. Disattivare le notifiche non indispensabili. Annotare ciò che dobbiamo ricordare invece di continuare a ripeterlo mentalmente. Portare a termine, quando possibile, un’attività prima di iniziarne un’altra.

E soprattutto recuperare qualche momento nel quale non dobbiamo elaborare nuovi stimoli.

Una passeggiata senza telefono. Dieci minuti senza schermi. Un tragitto senza controllare continuamente le notifiche. Persino annoiarsi un po’.

Sembrano gesti insignificanti. In una giornata nella quale la nostra attenzione viene continuamente sollecitata, possono invece diventare uno spazio prezioso.

Forse, allora, la domanda da farci alla sera non è soltanto: «Quante cose ho fatto oggi?».

Potremmo aggiungerne un’altra: «A quante cose ho dovuto pensare?»

La risposta potrebbe spiegare una parte di quella stanchezza che, apparentemente, non aveva motivo di esserci.

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