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Jesi Puccini ha aperto la Stagione Lirica: il Trittico conquista il Pergolesi

Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi riuniti nella stessa serata inaugurale, tra emozione, applausi e un teatro gremito anche di turisti stranieri

Gianni Schicchi foto Marco Pozzi

Jesi – Come accade per ogni centro (città, paese,  frazione e via dicendo) c’è sempre qualcosa che si deve fare.

Una di queste, ed io ringrazio chi mi ha ispirato, era andare all’inaugurazione della Stagione Lirica del Pergolesi, che apriva con l’intero trittico pucciniano – Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi – eseguito nel suo insieme nella stessa serata.

Pensiamo sia la prima volta che accade nelle Marche, nel mondo accadde a New York. Quattro ore e passa per tre opere così diverse e così straordinarie. Quattro ore in cui tre universi molto lontani fra loro, sono convissuti.

Sono stati somatizzati, ingeriti, assunti, da un pubblico che avrebbe chiesto ancora più musica. Un pubblico ben disposto, in un Pergolesi colmo anche di tanti stranieri e turisti, che con l’entusiasmo ha messo le ali agli artisti e all’orchestra, uniti più che mai  a spingere per dare il meglio di sé. “Tabarro ha iniziato questo viaggio nella natura umana, come il regista Paul-Emile Fourny ha voluto, e ha permesso di scatenare, per esempio in me, raffronti involontari che il nostro cervello dragava dai ricordi letterari, cinematografici.

Mi è venuto in mente Georges Simenon e la sua seduzione dell’acqua, del fiume, con scenografia e luci che facevano subito entrare nella vicenda tragica e senza via d’uscita.  Poi Suor Angelica, una mia antica passione di cinquant’anni fa, il coro delle suore mi ha rimandato ai miei studi classici, la sua morte ti prende dentro, quando sogna il figlio morto che, in sogno, sembra camminare sulle acque per raggiungerla, acque in mezzo alle quali lei scomparirà, morendo avvelenata.

Molta gente accanto a me si è commossa, tanta era la forza dell’immedesimazione artistica espressa in scena.

E poi Gianni Schicchi, un helzapoppin grottesco, surreale, frenetico ma in cui ogni vocalità, movimento, ogni espressione erano calibrati come orologi, sullo sfondo di una bottega di rigattiere.

Si è riso, anche tanto, con la musica che incalzava. Fino all’aria che tutti aspettavamo, io di più, “O mio babbino caro”, una melodia tenera, dall’armonia molto semplice, cantata da Lauretta al padre Gianni Schicchi: a dirla con un grande critico, «l’aria rimane una miniatura forgiata perfettamente».

Volutamente non ho raccontato le trame, né i simbolismi che le stesse nascondono, ma le parole vanno obbligatoriamente rivolte a quanti, dagli artisti fino a tutti coloro che hanno costruito questo meccanismo che molti ci invidieranno e che hanno contribuito a una messa in scena complessiva così affascinante e coinvolgente. I cantanti li accomuno in un applauso complessivo, sia quelli più conosciuti sia i giovani che hanno lavorato al loro fianco e che avranno sicuramente nel proprio cuore, oltre che nel curriculum e nel percorso di carriera, una presenza importante come la partecipazione al “Trittico” di Puccini. 

Ovviamente alla Fondazione Pergolesi Spontini, dal direttore generale Lucia Chiatti al direttore artistico Cristian Carrara, per averci prsentato una produzione così complessa e un grazie per aver regalato a tanti la possibilità di dire “c’ero anche io”. 

• Stefano Vignati, direttore musicale di Opera Carolina negli Stati Uniti, ha diretto la Form, Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno preparato da Pasquale Veleno; scene e luci di Patrick Méeüs, i costumi di Giovanna Fiorentini. 

Massimo Cavalletti è Gianni Schicchi e Michele ne Il Tabarro, Alessandra Di Giorgio Suor Angelica e Giorgetta, Giulio Pelligra Luigi e Rinuccio, con loro, tra gli altri, Arlene Miatto Albeldas, Francesca Maionchi, Aloisa Aisemberg ed Elena Antonini.

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