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Jesi Una domenica alla Casa Museo Colocci Vespucci

Tre visite guidate di un’ora hanno accompagnato i visitatori alla scoperta della dimora dedicata ad Adriano Colocci, ingresso gratuito per i residenti ogni prima domenica del mese

Jesi – C’è un palazzo nel cuore della città dove la storia non si racconta soltanto nei libri, ma vive ancora nelle stanze.

È la Casa Museo Colocci Vespucci  dove salotti, ritratti di famiglia, oggetti quotidiani e documenti raccontano ancora oggi la vita di una delle famiglie più importanti della Jesi tra Ottocento e Novecento. Ieri, domenica 15 marzo, ha aperto le sue porte al pubblico con una serie di visite guidate, della durata di circa un’ora, articolate in tre turni, che hanno accompagnato i partecipanti alla scoperta di questo luogo ricco di memoria.

L’iniziativa rientra nelle attività di valorizzazione del patrimonio storico cittadino: per tutto il 2026, la prima domenica di ogni mese l’ingresso alla Casa Museo è gratuito per i residenti.

Un palazzo nel cuore della città

La dimora si trova nel centro storico, proprio di fronte al Palazzo della Signoria, sede storica del potere civile. Una posizione che già racconta il prestigio della famiglia Colocci, tra le più antiche dell’aristocrazia jesina, nella vita pubblica della città.

Come spiegato durante la visita guidata, l’edificio attuale nasce dall’unione di diverse case medievali, accorpate nei secoli fino a formare la dimora che oggi conosciamo.

Gli ambienti visitabili, al secondo piano del palazzo nella piazza omonima, sono quelli di rappresentanza: salotti, sale da pranzo, spazi di incontro sociale, che restituiscono l’atmosfera della vita borghese tra Ottocento e primo Novecento. 

Va però detto che la parte oggi visitabile rappresenta solo una piccola porzione dell’intero complesso. Basta osservare dall’esterno l’imponenza del palazzo per comprendere quanto fosse ampia la dimora della famiglia Colocci. Il palazzo si sviluppa accanto alla chiesa di Sant’Agostino, edificio di antichissima origine. La chiesa fu fondata nel XII secolo dai Benedettini e inizialmente dedicata a San Luca; solo in seguito passò agli Agostiniani, dai quali prese l’attuale denominazione. In passato la dimora dei Colocci era collegata direttamente alla chiesa attraverso un passaggio interno, che permetteva alla famiglia di accedervi senza uscire in strada. Oggi il percorso museale consente di visitare solo alcuni ambienti della casa, ma sono sufficienti per restituire l’atmosfera della dimora e il mondo culturale in cui visse Adriano Colocci.

L’ultimo Adriano Colocci

La casa museo è dedicata all’ultimo Adriano Colocci, figura colta e poliedrica vissuta tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Studioso e viaggiatore, coltivò interessi molto diversi tra loro. Tra i più originali vi fu lo studio delle popolazioni rom d’Europa: scrisse infatti un trattato di ziganologia, Gli zingari. Storia d’un popolo errante, disciplina che analizzava storia e cultura delle comunità zingare.

Nella casa sono ancora conservati strumenti di lavoro, documenti e oggetti che raccontano la sua attività di studioso e intellettuale.

Un museo che è ancora una casa

Tra gli ambienti più suggestivi della visita spiccano il salotto rosso, luogo degli incontri sociali, e il salone delle feste, dove venivano organizzati ricevimenti e momenti di vita mondana.

Ritratti, mobili, oggetti e piccoli dettagli raccontano una vita domestica fatta di relazioni, studio e cultura.

È proprio questo il fascino della Casa Museo Colocci Vespucci: non essere soltanto un museo, ma una casa dove la storia sembra ancora abitarvi.

E dove, attraversando le stanze, si ha quasi l’impressione che i membri della famiglia possano rientrare da un momento all’altro. Ogni centimetro delle pareti è occupato dai preziosi quadri, perlopiù ritratti, che da un lato rappresentavano la memoria della famiglia, dall’altro ne ostentavano i fasti agli ospiti.  Ma tra essi due eccezioni spiccano all’occhio, la nascita di Federico II e un ritratto del poeta Giosuè Carducci.

La nascita della casa museo

La dimora è diventata museo grazie alla volontà dell’ultima discendente della famiglia.

Nel 1984 Maria Cristina Colocci Vespucci decise infatti di donare il palazzo al Comune di Jesi, affinché la casa fosse conservata e aperta al pubblico come testimonianza della storia familiare e cittadina.

Grazie a questa scelta oggi gli ambienti sono rimasti sostanzialmente intatti e permettono di percepire ancora l’atmosfera di una casa abitata.

Curiosità

Il primo grande Colocci: Angelo

Il primo membro della famiglia Colocci a emergere con grande rilievo nella storia italiana fu Angelo Colocci (1474–1549), umanista, giurista e uomo di curia attivo nella Roma del Rinascimento. Amico di letterati e artisti, fu al centro di un vivace ambiente culturale romano. Secondo una tradizione storiografica – non unanimemente accettata – Angelo Colocci potrebbe essere raffigurato anche nella celebre “Scuola di Atene” di Raffaello (1509–1511, Musei Vaticani): alcuni studiosi lo identificano nel personaggio che regge un globo accanto ad altri filosofi. L’identificazione non è certa, ma testimonia il prestigio culturale che la figura di Colocci ebbe nel suo tempo.

L’orologio notturno
Tra gli oggetti più particolari conservati nella casa museo si trova un orologio notturno, uno strumento diffuso tra XVII e XVIII secolo che permetteva di leggere l’ora anche al buio. All’interno veniva accesa una piccola candela e attraverso una fessura compariva soltanto il numero dell’ora.

Il menu manoscritto sul tavolo da pranzo
Nella sala da pranzo la tavola è ancora apparecchiata con oggetti originali della famiglia. Tra questi compare un menu manoscritto, testimonianza dei pranzi di rappresentanza che si svolgevano nella casa tra Ottocento e primo Novecento.

I bicchieri con le cifre della famiglia
Sul tavolo si possono osservare bicchieri incisi con le iniziali della famiglia, un dettaglio elegante molto diffuso nelle dimore nobili e borghesi dell’epoca.

Le tende con gli stemmi Colocci e Vespucci
Sulle tende per separare alcune stanze sono ricamati gli stemmi delle famiglie Colocci e Vespucci, memoria dell’unione tra le due casate.

Il presepe in carta ritagliata
Tra gli oggetti più curiosi conservati nella casa museo c’è anche un presepe in carta ritagliata e dipinta, un passatempo diffuso tra Sette-Ottocento soprattutto nell’Italia centrale.

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