Attualità
Marche Gestione del lupo, piano regionale e dati scientifici a confronto
Dopo il cambio normativo via al monitoraggio e al controllo mentre il dibattito rimane acceso, resta il fatto che il predatore fa il predatore mentre noi abbiamo alterato un equilibrio ambientale da anni di scelte poco lungimiranti
Ancona – Con il declassamento del lupo deciso a livello europeo e recepito dallo Stato italiano, si apre una nuova fase nella gestione della specie. La Regione Marche ha annunciato l’avvio di un piano di controllo e monitoraggio che punta a coniugare tutela della fauna selvatica e sicurezza delle comunità.
Il nuovo quadro normativo fa rientrare il lupo nell’ambito dell’articolo 19 della legge 157 del 1992, attribuendo alle Regioni la competenza diretta sui piani di gestione. A livello nazionale è stato fissato un contingente massimo di 160 lupi prelevabili nel 2026, di cui 8 nelle Marche. Un passaggio che, secondo l’assessore regionale alle politiche faunistico – venatorie, Giacomo Bugaro, consente oggi un approccio più aderente ai territori e fondato sull’equilibrio.
La Regione ha già coinvolto Sindaci, Prefetture, Carabinieri Forestali e Ispra, chiedendo alle Amministrazioni locali di adottare misure preventive: corretta gestione dei rifiuti organici, regolamentazione dell’alimentazione delle colonie feline e degli animali da compagnia, oltre alla segnalazione delle presenze anomale di lupi confidenti nei pressi dei centri abitati. Annunciato anche l’aggiornamento della normativa regionale sui risarcimenti, con l’inclusione dei danni derivanti da incidenti stradali con il lupo.
Catturare e spostare i lupi, spiegano gli esperti, non solo è difficilmente applicabile dal punto di vista normativo, ma risulta anche inefficace sul piano pratico. Ipotizzando uno spostamento, l’effetto sarebbe temporaneo: un territorio liberato verrebbe rioccupato in breve tempo da un altro branco.
Sull’Appennino, infatti, un branco – in genere composto da 5 o 6 lupi – occupa territori molto ampi, delimitati e difesi; se il gruppo occupante viene rimosso, un altro tende a subentrare rapidamente.
Anche l’idea di una crescita incontrollata del lupo non trova riscontro nei dati scientifici. La struttura del branco e la dinamica riproduttiva non portano automaticamente ad aumenti, anche perché molti giovani non sopravvivono e una parte significativa della mortalità è legata a bracconaggio, avvelenamenti, trappole e investimenti stradali.

Secondo l’ultimo monitoraggio nazionale del 2021 dell’Ispra, in Italia si stimano circa 3.300 lupi: un numero che, rapportato all’estensione del territorio, restituisce una densità complessivamente bassa e un areale ormai vicino alla saturazione, con il ritorno della specie in zone storiche da cui era stata cancellata negli anni Settanta.
Posizioni contrapposte, dunque. In questo contesto di confronto si inserisce anche l’incontro informativo promosso dal Comune di Maiolati Spontini, in programma venerdì 6 febbraio alla biblioteca La Fornace di Moie, dal titolo “Il lupo: natura, sicurezza, responsabilità”.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di fornire informazioni corrette sulla presenza del lupo nel territorio, sui comportamenti da adottare in caso di avvistamento e sui reali rischi legati alla convivenza, provando a dare risposte concrete alle domande che attraversano il dibattito pubblico. All’incontro interverranno esperti del settore ambientale e faunistico, tra cui Marco Antonelli, responsabile Grandi Carnivori Wwf Italia, e Jacopo Angelini, faunista ed ex presidente del Comitato tecnico scientifico del Parco regionale Gola della Rossa e di Frasassi, oltre al comandante del Nucleo Carabinieri Forestale di Jesi e San Marcello, brigadiere Luca De Leoni Vitale.
Un’occasione che punta a riportare la discussione sul piano della conoscenza e dei dati, che saprà sicuramente rispondere a domande come è corretto parlare di “emergenza lupi”? È giusto alimentare l’idea di un pericolo imminente per l’uomo, quando i dati scientifici dicono che gli episodi di aggressione sono praticamente inesistenti?
Se da anni i cinghiali vivono stabilmente dentro e ai margini delle città, è davvero sorprendente che il loro principale predatore li segua? Il lupo sta “invadendo” i centri abitati o è l’ambiente urbano che è diventato sempre più attrattivo per la fauna selvatica?
Un altro interrogativo riguarda il mondo agricolo: perché concentrare il dibattito sulla rimozione del lupo e non investire con decisione sulla prevenzione? Recinzioni adeguate, cani da guardia e sostegni economici agli allevatori sono strumenti già indicati dalla comunità scientifica e dai progetti europei sulla coesistenza, ma spesso restano sullo sfondo del racconto pubblico.

Sono domande che chiamano in causa tutti, non solo la politica o le associazioni. Il lupo non può e non deve diventare una bandiera politica. La gestione della fauna selvatica dovrebbe muoversi su un piano diverso: quello dell’equilibrio e della responsabilità, mettendo al centro il benessere dell’animale e, subito dopo, la tutela delle sue potenziali prede.
Anche quando si parla di animali d’affezione, spesso citati nei racconti allarmistici che circolano sui social, è necessario dirlo con chiarezza: in molti casi diventano prede proprio per negligenza di chi dovrebbe proteggerli. Se davvero il lupo predasse tutto, come si legge quotidianamente online, perché nella nostra regione continuano a esserci cinghiali, cervi e caprioli in esubero?
Forse, più che cercare un colpevole, sarebbe utile cambiare prospettiva e chiederci se il problema sia davvero il lupo che fa il lupo o un equilibrio ambientale alterato da anni di scelte poco lungimiranti.
Una riflessione che chiama in causa tutti, invitando a scegliere la conoscenza al posto della paura.
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