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Cronaca

JESI / Fontana, Roberto Morosetti: «La città è vostra»

Parla l’unico figlio di Cassio: «L’intenzione di mio padre era quella di fare un regalo alla città»

JESI, 12 dicembre 2020 – La vicenda dello spostamento della fontana delle leonesse sta facendo parlare cittadini e cittadine da settimane ormai. Tra i numerosi interventi spicca quello di Roberto Morosetti, unico figlio di Cassio (foto in primo piano).

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«Nè mio padre nè io ci aspettavamo una reazione negativa da parte della città – spiega -. Il cuore mi porta dalla parte di mio padre, la ragione mi fa capire che la città è la vostra».

Roberto Morosetti ha partecipato alla stesura del testamento: «L’intenzione di mio padre era quella di fare un regalo alla città – aggiunge -. Non c’è stato alcun ricatto. Mio padre riteneva che riportare un antico manufatto nella sua collocazione originaria fosse qualcosa che la città avrebbe gradito».

La fontana dei leoni con l’obelisco in Piazza Federico II

Il figlio del noto vignettista vive a Milano da 66 anni.

«La mia città sta cambiando volto e la Giunta comunale non si sogna neanche di fare un referendum, però capisco che la città di Jesi si sia ricompattata, su questo tema, attorno al valore della piazza».

Il padre di Cassio Morosetti, che si chiamava Roberto, come il figlio, aveva un ristorante proprio in Piazza della Repubblica.

«La fontana per mio padre era come un gioco che faceva con gli altri bambini. Poi il ristorante è fallito e le condizioni economiche della famiglia si sono aggravate: mio padre partì per la guerra, il Podestà di allora aveva promesso una guerra veloce e un lavoro, appena rientrato. Sappiamo che le cose non sono andate così: mio padre è sempre stato un uomo di sinistra, non è mai stato fascista».

L’idea dello spostamento della fontana non è di Morosetti: «Diversi giornali circa 15 anni fa dibattevano al riguardo e mio padre disse che se il problema erano i soldi, lui avrebbe potuto provvedere. La città poi se ne dimenticò ma a lui la vicenda è rimasta a cuore».

Insieme al figlio, Cassio Morosetti tornò a Jesi nel 1996: «Voleva mostrarmi come era la sua città e non trovò la Jesi che ricordava perché ovviamente si stava modernizzando. Non sapeva che la fontana era stata spostata in Piazza Federico II. Il termine temporale di un anno per la realizzazione dello spostamento fu un’idea del notaio che redasse il testamento. Siamo tutti a conoscenza di come vanno le cose nel nostro Paese, sappiamo tutti che se non vi è una scadenza le faccende si instradano presto verso l’eternità, come sta succedendo (se non dico una sciocchezza) col lascito della signora Cesarini».

Quel che preme a Roberto Morossetti è che la figura del padre sia trattata con rispetto.

«Non posso schierarmi contro quello che fu un suo desiderio coltivato per anni, trasformatosi alla fine in un ultimo desiderio. Per cui la mia speranza è quella che lo spostamento della fontana giunga al termine nei tempi previsti dal testamento. Penso che tutto questo sia ovvio. Dall’altra parte, però, non posso essere sordo alle legittime proteste da parte della cittadinanza. Io sono nato a Milano, sono milanese al cento per cento. Come posso io desiderare che avvenga qualcosa che voi, jesini, state vivendo con tanta ostilità? Cosa c’entro io con la città di Jesi?».

«Io sono combattuto. Il cuore mi porta dalla parte di mio padre. La ragione mi spinge dalla parte vostra. Onestà intellettuale mi obbliga a dire che avete ragione voi. Concludo dicendo che sarebbe un dolore per me (e lo sarebbe sicuramente anche per mio padre) sapere che finireste per provare astio nei suoi confronti, immaginando che ciascuno di voi, passeggiando in Piazza della Repubblica e volgendo lo sguardo alla fontana, potrebbe finire per mandargli qualche accidente. Non lo meriterebbe. Amava Jesi. Vorrei che questa vicenda, comunque si concluda, non lasciasse un’onta sulla figura di mio padre. Esiste un testamento sul quale io non ho alcun potere. Esiste una curatrice testamentaria che rimarrà comunque l’interlocutrice del Comune».

Eleonora Dottori

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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